Claire Oppert, negli ospedali la violoncellista del distacco empatico

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Si possono anche introdurre belle notizie, alle volte, senza il sentore di quelle negative stipate dietro l’angolo. Quella di Claire Oppert è indubbiamente una storia lieta, sia per quanto concerne il suo piccolo grande contributo personale sia osservandola in un’ottica più generale.

Paroles de patients

Ha due occhi azzurri e un effluvio di capelli biondi, è nata a Parigi ma ha studiato presso il Conservatorio Tchaikovsky di Mosca dove si è laureata nel 1993. Di seguito, col suo violoncello ha collaborato con artisti italiani, inglesi, tedeschi e africani, dimostrando quanto un’interconnessione culturale sia possibile attraverso una forma peculiare d’espressione, ossia la musica. Ogni venerdì, la Oppert si reca presso l’ospedale Sainte-Etienne di Parigi, e nel reparto di oncologia e cure palliative si esibisce per i pazienti, che ormai la conoscono a attendono il suo arrivo settimana dopo settimana.

Si tratta di malati terminali o comunque persone in condizioni croniche gravi, ma la presenza di Claire sembra essere percepita e apprezzata, oltre che accolta con un entusiasmo raro.

Quando i pazienti la vedono entrare, si rilassano. Le domandano di suonare Schubert o Mozart e lei le esegue perfettamente. La sua musica, oramai, è un’arte con funzioni terapeutiche (Jean-Marie Gomas, a capo del Centro del dolore cronico e di cure palliative)

Entusiasmo che non significa schiamazzi o reazioni irrealistiche di colpo fanno scordare della propria condizione bensì si tratta piuttosto di una condizione di abbandono consapevole del sè sofferente, che approda in una dimensione di momentanea e apparente estasi distaccata. Da sempre, la Oppert ha avuto due passioni: la musica e la medicina. Apparentemente, a un occhio indagatore può sembrare un quadro assai bizzarro, che percepisce un’unione di entità dissimili e quasi inconciliabili tra loro.

Eppure la Oppert è la risposta a tale considerazione d’iniziale sbigottimento: nella vita, impegnandosi e credendoci, è possibile coniugare qualunque ambizione in relazione d’antitesi, per quanto impossibile possa apparire all’inizio.

Scoprire gli aspetti positivi di quello che
viviamo; portare questi aspetti al loro senso
più profondo e annunciare il futuro che essi
portano in sé (Huan E. Vecchi, “I guardiani dei sogni con il dito sul mouse”)

Ma concretamente, che cosa possono condividere un musicista e un medico, quali saperi hanno in comune e quali fini coadiuvati possono perseguire? 

Il primo si occupa della cura del soma, ossia di un corpo che in un mondo perennemente in pellegrinaggio si districa entro le fila di un telegiornale di negatività, restandone alle volte avviluppato dentro, come in una ragnatela. La mente si riscopre altresì altrettanto frastornata quando non viene ascoltata o si perde tentando d’inseguire e stare al passo del marasma di continue informazioni che quotidianamente le vengono propinate senza interruzione. Può capitare dunque che si crei un gap, causato da una confusione che si concretizza in malattia, la quale s’aggrappa al corpo oppure appesantisce la mente, imepedendo il movimento fluido o il regolare respiro.

Entrambe le manifestazioni sono una risposta di stress, di reazione attiva a una condizione che viene avvertita come negativa o potenzialmente pericolosa da un connubio embodied di mente e corpo, che assieme concretizzano una risposta di malessere. 

Deve formarsi un nuovo tipo umano, dotato di una più
profonda spiritualità, di una libertà e di una
interiorità nuove, di una capacità di assumere forme
nuove e di crearne (Romano Giardini, “Lettere dal lago di Como. La tecnica e l’uomo)

L’apprendimento è (quasi) sempre mediato da artefatti, e come indagato da Alessandro Antonietti, Alessandra Casillo, Enrico Gatti, spesso utilizzare differenti strumenti (multimedialità e/o ipertestualità) è funzionale per il miglioramento di ogni tipo di conoscenza (dichiarativa, condizionale e procedurale). La musica, in particolare quella classica, è uno degli strumenti aurei per il recupero di diverse funzioni, come per esempio la memoria. Il recupero mnestico associato all’ascolto di determinate combinazioni sonore dipende alla memoria emotiva, la quale si attiva anche in pazienti gravemente compromessi.

Dei segnali anche fisici di riconoscimento (lievi movimenti e gesti corporei) sono la risposta che c’è stata una connessione emotiva. È dunque un’evidenza che il connubio mente-corpo recepisca attivamente una varietà di stimoli tra cui la muscia, che al pari della vista di un bel quadro elicita uno stato molto simile a quello che Kabat-Zinn intendeva quando teorizzò la Mindfulness: distacco momentaneo dal sè coi suoi problemi offuscatori e gli stressor più o meno funzionali, favorendo una dimensione di concentrazione su uno stimolo preciso, in una condizione non giudicante ma unicamente ascoltante. Percepire l’altro, ascoltare il Sè e la propria reazione, lasciarsi andare e immaginare, senza congetture extra: questo, anche se per poco, è ciò che Claire Oppert offre il venerdì di ogni settimana, andando ben oltre una semplice sonata di Mozart.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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