Siena: dalla Porta del Cielo al Facciatone, per cambiare prospettiva

"Sono salito quassù per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù” (L'attimo fuggente)

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Forse non tutti sanno che la mente umana è naturalmente predisposta ad associare l’altezza a qualcosa di positivo. Istintivamente, infatti, l’attenzione si direziona prediligendo gli edifici proiettati verso l’alto rispetto a quelli che si sviluppano in orizzontale proprio perchè l’apice (che sia il cielo o la cima di una montagna) è psicologicamente associato alla grandezza, ell’elevazione verso lo straordinario, evocando un sentore di separazione tra la dimensione terrena e la volta celeste. A Siena, due ritratti esemplificativi del concetto di fascinazione per le altezze e le sue prospettive sono il Facciatone e la Porta del Cielo.

“Perché sono salito quassù? Chi indovina?”
“Per sentirsi alto”
“No. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù” (L’attimo fuggente)

Il Facciatone risale al 1339 ed è l’unico cimelio sopravvissuto al progetto originale avviato da Lando di Pietro e proseguito da Giovanni d’Agostino, assieme ai muri laterali e dalla navata rivolta verso nord-est. Tutto il resto andò perduto o distrutto tra diversi crolli e l’epidemia di peste che deteriorò Siena. Oggi, tramite delle scale molto strette che richiamano alla memoria quelle del Castello Scaligero di Sirmione, si può giungere alla sommità, che è un corridoio che proietta in una vertigine nevralgicamente roboante a cui l’occhio deve abituarsi. Dinanzi, una vastità di tetti marroni frastagliati e sullo sfondo delle verdeggianti colline toscane. Il ritratto da lassù è un’eco palpitante dei secoli addietro e ci si riscopre protagonisti dagli occhi d’aquila, avidi evocatori di antichi intrighi tra casate.

Siena, città misteriosa perché fatta a chiocciola, con le vie attorcigliate l’una sull’altra, ci attende sotto le torri e una luna enorme. È la città d’Italia rimasta più intera: una città del Medio Evo.
(Guido Piovene)

Un’altra scala tortuosa è quella che utilizzano gli angeli per salire e scendere tra la terra e il paradiso: questo simboleggia la Porta del Cielo. A Siena è possibile imitare tale ascesa onirica alle volte celesti sognata da Giacobbe, e inerpicandosi su delle strette scale si raggiunge un rosone dal quale si sbirciano furtivamente gli astanti, che di sotto sono in preghiera tra le visioni corvine delle pareti e il turbino delle stelle avvinghiate col blu nella volta. Da lassù, l’altezza permette di intravedere la Libreria Piccolomini, affrescata dal Pinturicchio e Sanzio e con la statuaria di Giovanni di Stefano. L’esterno della Porta del Cielo è uno schizzo anacronistico che cattura le luci e le racchiude tra le guglie aguzze e le statue inquisitorie non visibili da terra.

Oltre alla celeberrima Piazza del Campo con la sua forma a conchiglia e le prospettive entusiaste del Palio e all’insolita Dama ignuda in via dei Rossi che scruta l’osservatore da una finestra, è consigliabile non perdere il Facciatone e la Porta del Cielo (prenota qui), che a loro modo contribuiscono a ricordare a noi stessi che osservare le cose dall’alto cambiando prospettiva. Perché, parafrasando il Professor Keating, «è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva».
Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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