Enzo Jannacci, musica&medicina per cantare mezzo secolo di Italia

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Enzo Jannacci
Un giovanissimo Enzo Jannacci

Diciamocelo, anche quelli che lo hanno amato e lo amano lo ricordano con prevalenza per i grandi successi di un ormai lontano (secondo un metro ggiovane) passato, lui nato il 3 giugno del 1935 e che ci ha lasciati il 29 marzo del 2013, appena 6 anni fa, già 6 anni fa. Ma come ricordiamo veramente Enzo Jannacci, medico prestato alla musica? Un prestito restituito con gli interessi visto che parliamo di un signore che portò il rock in Italia, collaborando e stringendo amicizie semisecolari con gente come Gino Paoli, Adriano Celentano, Little Tony, che fece musica con Luigi Tenco e che di Targhe e Premi dedicati a Tenco ne vinse ben 5, che fu un Corsaro assieme a Giorgio Gaber.

Prestato alla musica? Magari anche prestato al cabaret, al pianoforte, alla televisione, alla comicità, al cinema? Un prestito restituito con gli interessi, davvero, se pensiamo che questo medico specializzato in chirurgia generale, che per la specializzazione entrò nell’equipe di cardiologia di un tale Christiaan Barnard (sì, proprio quello del primo trapianto di cuore) in Sudafrica, si diplomò anche al Conservatorio e poi per una mezzosecolata si dedicò a pubblicare qualcosa come una trentina scarsa di album per sé, collaborando poi a realizzare colonne sonore e testi per altri artisti. Ricordiamo ad esempio Cochi e Renato, altro animale mitologico in coppia borderline tra canzone e cabaret, spettacolo a tutto tondo.

È jazzista, Enzo Jannacci, di quelli tanto bravi da suonare con Gerry Mulligan, Chet Baker e Franco Cerri. Poi arriva un po’ tutto assieme, i successi musicali con Gaber, la tournée con Endrigo, i primi film come comparsa, Mike Bongiorno, Bruno Bozzetto, La Milano di Enzo Jannacci, Enzo Jannacci in teatro, il tormentone Vengo anch’io. No, tu no, Ho visto un re assieme a Dario Fo e tanto dialetto e realtà milanese.

Enzo Jannacci
Alle origini del nonsense in tv, con Cochi e Renato

Potremmo andare avanti per lunga pezza ad elencare le medaglie da appuntare sul petto virtuale di Jannacci: sarebbero medaglie fatte di note come quelle di El purtava i scarp del tennis, Veronica, Ci vuole orecchio, Monicelli, Wertmüller, Chiambretti. Diciamo invece che, al netto di un periodo di oscuramento della sua fama, grossomodo in coincidenza con gli anni ’70, Enzo Jannacci ha rappresentato per un cinquantennio una delle voci cariche di graffianti critiche sociali, che già quella volta l’establishment tentava di zittire: da bravo giullare, Jannacci mascherò a volte le proprie nette posizioni, anche politiche, sotto il mantello dell’invisibilità dell’ironia (scambiata per comicità innocua assai spesso, per nostra fortuna), con i tratti ridanciani del nonsense che invece di sense erano gravidi: Ho visto un re, appunto, e pure Vengo anch’io. No, tu no, scambiato per tormentone quasi puerile (sorte simile per Samarcanda di Vecchioni).

Nel 1968, con la sua “canzoncina”, Jannacci dipinse infatti una realtà di disagio esistenziale che la maggioranza riconoscerà solo decenni dopo (quando pure lo riconoscerà). In questo mondo sempre più rutilante, affollato eppure solitario ed escludente, il soggetto debole cerca in ogni modo di integrarsi e di venire accettato dal gruppo in qualunque modo purchessia, aderendo entusiasticamente a qualsiasi iniziativa in modo acritico – anche a quelle “estreme” – ma venendo sempre escluso dal “branco”. L’esclusione ovviamente è sadica e aprioristica: la vittima, il soggetto bullizzato ante litteram, non ha speranze di venire accettato e non se ne rende conto, perché il suo ruolo è semplicemente quello di vittima sacrificale ed il godimento del gruppo è quello di vedere la sofferenza e la delusione dell’escluso. Inoltre, le cronache ci riportano addirittura di due strofe censurate in Vengo anch’io. No, tu no: una facente riferimento alla tragedia di Marcinelle e l’altra alla dittatura che stava turbando (si fa per dire) l’opinione pubblica mondiale, quella del dittatore Mobutu in Congo, da dove provenivano notizie di efferatezze indicibili (appunto).

Enzo Jannacci
Un quintetto d’eccezione: Gaber, Fo, Celentano, Albanese e Jannacci

Erano anni in cui le voci che si levavano erano convinte di aver qualcosa da dire e che fosse importante dirlo, e d’altra parte larghe schiere di fruitori ne erano altrettanto convinti: erano anni pre-De Filippi d’altronde, antecedenti ai risultati dell’allevamento in batteria del piccolo consumatore ormai addestrato a chiedere per primo prodotti che non lo turbino e non lo facciano pensare. Gaber, Tenco, De André, De Gregori, Dalla, Vecchioni, Fo e tanti altri trovarono terreno fertile su cui svilupparsi, e tra questi Enzo Jannacci: uomo dalle posizioni nette, a volte discutibili, come quella che oggi sarebbe di particolare attualità sull’eutanasia e che prese anche a proposito del caso di Eluana Englaro.

Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa.

Enzo Jannacci
Molti anni dopo, la stessa grinta

Enzo Jannacci morì a 77 anni dopo una lunga malattia, lasciandoci assieme ad altri grandi artisti della sua epoca pesanti eredità e alti livelli di coscienza con cui confrontarci: operazione che peraltro stiamo fallendo miseramente, se confrontiamo la cronaca delle violenze urbane dei nostri giorni con l’agghiacciante tematica, raccontata con insuperabile malinconia, dipinta in El purtava i scarp del tennis, a ricordarci che non stiamo proprio imparando nulla. Ma la posizione più netta di tutte, più indelebile e più necessaria nel corso degli umani eventi è quella antifascista che Jannacci tenne sempre e con forza, in più lavori: posizione che si coniuga mirabilmente come in un distico con quella contro la guerra.

Una delle espressioni più alte dell’antimilitarismo e antifascismo mai prese in Italia è proprio una canzone che molti identificano con Enzo Jannacci, poetica e struggente ma non per questo meno forte e netta, un brano incommensurabile con cui si sono cimentati in molti e lui stesso (ma ad onor del vero il testo è di Giorgio Strehler): quella mirabile Ma mi, ancora una volta cantata in dialetto del me’ Milan.

Ma questa è quasi una storia a sé, e ne riparleremo presto.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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