Il Divin Marchese de Sade, ovvero le disavventure di una visione lucida sull’uomo

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Ritratto ipotetico del Divin marchese

Diciamolo, non a tutti capita di essere all’origine di un neologismo: di certo, succede a meno persone di quante diano il proprio nome a strade o piazze, a crateri lunari o asteroidi, per quanto possano aver fatto di buono o meraviglioso nei campi dell’arte o della conoscenza. Invece, per quanto foriero di polemiche possa essere l’apporto dato all’epistemologia o alla gnoseologia, è quanto accaduto a Donatien-Alphonse-François de Sade, signore di Saumane, di La Coste e di Mazan, marchese e conte de Sade.

Certo, il fatto di aver dato il proprio nome ad una parafilia, anzi, alla parafilia più nota, non ha messo al riparo il divin marchese da comici equivoci: all’epoca in cui la brava cantante anglo-nigeriana Sade Adu era sulla cresta dell’onda con Smooth Operator, il cui nome si pronuncia [ʃɑːˈdeɪ] (shah-day) mi è capitato di sentire il nome del Nostro storpiato in De Shahday, o strane inverificate teorie sull’origine del nome della cantante (tutt’altro che sadica, si direbbe).

Edizione delle Disavventure della Virtù

Comunque sia, il nome di de Sade è indissolubilmente legato ad un’anormalità psichica nella ricerca del piacere e della soddisfazione degli istinti, nella fattispecie sessuali; e nello specifico, a quella parafilia tipica di chi trae piacere nell’infliggere dolore fisico o umiliazioni psicologiche all’oggetto delle proprie pulsioni sessuali. Eppure, per quanto vasta sia la portata di una tale tendenza, rispetto alla figura del marchese de Sade, è limitativo ridurre tutto a così poco: perché de Sade (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint-Maurice, 2 dicembre 1814) è stato uno scrittore, filosofo, poeta, drammaturgo, saggista, aristocratico, criminale, nonché politico rivoluzionario francese e come tale delegato della Convenzione Nazionale.

Quello che ci rimane, anche grazie ad una filmografia che ha messo sullo schermo soprattutto Justine ovvero le disavventure della virtù (trasposto anche in fumetto da Guido Crepax) e Le 120 giornate di Sodoma (utilizzato da Pier Paolo Pasolini per il suo ultimo film), è in fondo questa vaga e morbosa sensazione legata a comportamenti sessuali trasgressivi e perversi conditi di violenza esplicita, come in tempi recenti forse solo Bret Easton Ellis nel romanzo American Psycho e Gaspar Noé nel film Irréversible hanno saputo raggiungere. In realtà, le idee di De Sade sono di respiro molto più ampio rispetto al semplice uso della violenza per raggiungere il soddisfacimento degli istinti sessuali: ad esempio, in modo peraltro piuttosto logico e ovvio, de Sade come filosofo teorizza sull’ateismo e sul rifiuto di ogni forma di autorità costituita.

Un grande Geoffrey Rush nei panni del marchese

Sorvoliamo sulle accuse di “condotta immorale”, sui presunti tentati omicidi, sulle relazioni sentimentali e sessuali, sulla produzione di materiale pornografico. Diciamo appena del fatto che fu perseguitato da ben tre regimi diversi, ossia da quello monarchico, poi dalla Rivoluzione Francese e infine dal regime napoleonico: per dovere di cronaca, rileviamo che il Divin Marchese passò buona parte della sua non lunghissima vita in carcere o in manicomio (dove scrisse le sue opere più celebri), e per lo stesso motivo notiamo che, disprezzato in vita anche come autore di scarso valore, venne poi rivalutato nel Ventesimo secolo da surrealisti, esistenzialisti e psicoanalisti. Quello che ci preme di notare è la coerenza ideologica portata alle estreme conseguenze:

Il mio modo di pensare, si dice, non può essere approvato. Ebbene, che cosa me ne importa? Sarebbe un pazzo colui che adotti un modo di pensare solo per piacere agli altri.

Voi tenete ai vostri principi? E io ai miei. Il mio pensiero è frutto delle mie riflessioni: esso rispecchia il mio modo di essere, il mio organismo. Non sono libero di cambiarlo, e non lo farei anche se potessi. Quel modo di pensare che biasimate è l’unica consolazione della mia vita: allevia tutte le mie pene in prigione, genera tutti i miei piaceri nel mondo: vi tengo più che alla vita stessa.

Ciò che ha causato la mia sfortuna non è affatto il mio modo di pensare, bensì quello degli altri.

Lettere alla moglie

Una tipica illustrazione sadica

E cosa pensa, dunque, il marchese de Sade? Pensa che tutti, senza eccezioni, desideriamo incidere sul mondo in cui viviamo e che il solo modo di farlo è rapportandoci agli altri: sfruttatori di lavoro, partner e genitori narcisisti patologici, politici che guidano le masse alla rovina, vivisezionatori di cuccioli, pedofili, haters assortiti, assassini di personalità tramite precetti religiosi, inquisitori, imprenditori che stanno sul mercato sulla pelle dei bambini, raccomandati e raccomandanti sterminatori di ambizioni, spegnitori di gioia e sorrisi, un elenco infinito di sofferenza fisica e disagio mentale, una panoramica che certamente grazie alle guerre mondiali è stata la cifra morale e stilistica del secolo appena passato, ma che presenta soltanto dei picchi quali le WW1 e WW2 in quello che è una catena montuosa circumterrestre di sadismo.

Salò o le 120 giornate, de Sade secondo Pasolini

E cosa ci insegna, costantemente, senza stanchezza alcuna, la Storia, se non che l’immoralità e la violenza e l’assenza di etica e morale vengono premiate con fama e successo e ammirazione, mentre la virtù viene beffata e derisa, sino a finire folgorata da un fulmine? Ovvero, cosa vediamo coi nostri occhi, se non Justine ovvero le disavventure della virtù?

Tutti, in fondo, vogliono del potere, per illudersi di incidere sull’esistenza: e «l’essenza del potere è la capacità di infliggere sofferenza gratuita e senza conseguenze». La cosa singolare è che quest’ultima citazione è di un ottimo autore di fantascienza, Theodore Sturgeon (Cristalli sognanti): una frase che, immaginiamo, gli avrebbe invidiato lo stesso marchese de Sade, l’autore più lucido di tutti i tempi nella sua analisi della natura umana.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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