Da van Gogh ad Alda Merini, quando la sensibilità è confusa con la follia

“Visto da vicino nessuno è normale” (Franco Basaglia)

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Vincent van Gogh, “Notte stellata”, 1889

«Ora vorrei ritornare», questo pare sussurrò Vincent van Gogh il 27 luglio 1890 prima di salutare il momentaneo campo di girasoli del reale. La notte gridò e i corvi fuggirono via, andando a venerare quell’altalenante andirivieni temporale che, tra una vitalità improvvisa e l’imminente subissarsi automatico di neri pensieri e disadorne scarnificate allucinazioni, aveva concesso al pittore delle notti stellate di girovagare per questa terra. Diverso tempo dopo, Alda Merini se ne sarebbe andata configurando la sua immagine di scrittrice di un Diario di una diversa, titolo che infinitamente rappresenta la sua persona, con una sensibilità fin troppo simile a quella del pittore olandese. .

Un alito di fumo e una compenetrazione vitrealmente celeste sono i riassunti di Alda Merini e Vincent van Gogh.

“Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni”

Lei con un disturbo bipolare dicharato, lui affetto apparentemente da circa trenta diagnosi differenti (qualcuno ipotizzò la schizofrenia, altri accennarono al saturnismo dovuto all’ingestione di vernici e via dicendo con le altre sentenze), i due furono costantemente etichettati come pazzi da chi, nella società, più che sguazzarci era abile nell’osservare e punire ogni dettaglio indeciso. «Lei, è stata messa alla prova; di conseguenza trovo più in lei che in tutto un insieme di donne che non siano state messe alla prova dalla vita», queste furono le parole di van Gogh confidate al fratello Théo quando descrisse Sien, la prostituta alcolizzata e malata di vaiolo che stava occupando un ruolo notevole nei suoi ventinove anni nel 1882. Figure scarne e di passaggio, ritratti di donne scrutatrici e per sempre imperfette come quelle di Egon Schiele, Sien e Alda si somigliano più che mai ed evocano i ritratti di antiche sofferenze primordiali incarnate in corpi di donna.

La Merini fin da piccola, nonostante si definisse una “ragazza sensibile e dal carattere malinconico, piuttosto isolata e poco compresa dai suoi genitori ma molto brava ai corsi elementari”, puntellò la sua esistenza di un inedito anticonformismo; d’improvviso fuggì infatti di casa fingendosi una mendicante, mentre van Gogh sviluppò fin dalla tenera età una devozione religiosa fuori dall’ordinario. Erano due estremisti, alla ricerca di un’espiazione somma, liberatrice da ogni situazione intermedia. 

E quindi, invece di abbandonarmi alla disperazione, ho optato per la malinconia attiva, per quel tanto che mi consentiva l’energia, in altre parole ho preferito la malinconia che spera, che aspira e che cerca a quell’altra che, cupa e stagnante, dispera (Vincent van Gogh, lettera 133)

Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro (Alda Merini)

Malinconia attiva, ecco la Signorina che pennellò di frenesia le due esistenze, una che durò appena trentasette anni, con una fama che si sarebbe consacrata solo dopo la morte (un solo quadro venduto in vita, su più di mille opere), l’altra che fino all’ultimo lottò per non soccombere al volto di una follia apparentemente impostale dal punto di partenza per qualsiasi storia. Entrambi ebbero due episodi che segnarono l’apice del non controllabile: nel caso della Merini in realtà si trattò di un periodo, quello tra il 1964 e 1972, in cui perse il marito e si ritrovò a entrare e uscire dagli ospedali psichiatrici, senza nemmeno l’ombra di apprezzamenti dall’esterno in merito ai suoi scritti.

Ciò che le permise di superare quel momento fu sicuramente la presenza di Michele Pierri, futuro marito che mai l’abbandonò e rimase fedele a quello schizzo geneticamente imperfetto ma dai riverberi bizzaramente geniali. L’opera del 1986 “L’altra verità. Diario di una diversa” testimonia quanto si possa passare incessantemente da una condizione di apparente tranquillità a una che stravolge inappropriatamente l’assetto fintamente ordinario nel hic et nunc.

“È una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni, di uno spazio – non un luogo – in cui, venendo meno ogni consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell’essere umano” (Giorgio Manganelli)

“La camera di Vincent ad Arles” (van Gogh, 1888) “La tristezza durerà per sempre” (Vincent van Gogh)

Van Gogh, invece, sperimentò quello sconvolgimento tipico delle persone troppo sensibili che il mondo confonde per folli, quando ricevette un rifiuto di Paul Gauguin riguardo alla convivenza assieme presso Arles. Non che il pittore francese si rifiutò di andarci, però disdegnò quel piccolo antro di modeste bellezze simboliche che van Gogh aveva allestito appositamente per lui. Gauguin non apprezzò mai Arles e la visione delle primitive Nature che il collega tanto gli decantava, e non lo nascose mai. Per lui rimase una frugale quella Camera di Vincent ad Arles, con «quel quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde». 

Vincent van Gogh, “Autoritratto con l’orecchio bendato”, 1889

Il 23 dicembre 1888, a seguito dell’ennesimo diverbio, van Gogh inseguì Gauguin con un rasoio, salvo poi fermarsi e rivolgere l’arma contro se stesso, tagliandosi il lobo dell’orecchio sinistro. Esattamente coma accadde per Alda, anche per lui vennero subito presi provvedimenti ed egli venne condotto nel nosocomio dell’Hotel-Dieu, da cui uscì l’anno successivo (anche se poi entrò in altri, tra cui il celebre a Saint-Rémy-de-Provence). A osservarli da fuori, i due artisti possono sembrare differenti portavoci di follie primigenie, nascoste da qualche parte e sempre pronte a prendere il sopravvento. Ma non è così, perchè ridurre la complessità delle stupende tele tinteggiate nei dettagli di rossi e i gialli accesi di quei girasoli brillanti, analogamente alla meticolosità veritiera di opere quali Terra Santa della Merini, è alquanto folle. La pazzia non è che il frutto di un disattamento della propria sensibilità, che per una ragione o per l’altra perde l’equilibrio e si sbilancia, precipitando verso azioni apparentemente prive di senso.

Vincent van Gogh, “salici al tramonto”; 1888

Ci sono i gialli primitivi, quel cromatico senape che sfugge agli arancioni ambrati raggi del tramonto, col cielo di cartapesta e un Icaro immaginario che spadroneggiando le sue fragilità plana verso la Camera gialla con le minuscole figure dei ritratti a osservarlo sull’apparente sfondo, e poi le stelle, avvolte in un bianco della Signora sera in adombranza contemplativa di smeragliati salici prostrati in attesa dei vespri mattutini. E poi c’è la dichiarazione di Alda Merini che sussurra che «Manicomio è parola assai più grande | delle oscure voragini del sogno». Tutto questo realismo trasognante e allucinatorio non è altro che uno spezzone realistico, una deriva perfettamente lineare, di una sensibilità dichiarata fino allo stremo.

Ma molti, non appena riconoscono il non ordinario senza averlo sperimentato, preferiscono etichettarlo come follia. Che poi cos’è esattamente la follia, se non una derivazione del pensiero lineare aggrovigliato su se stesso? Charles Bukowski affermava che l’arte, nello specifico lo scrivere, è un qualcosa d’indispensabile, un’arma senza la quale alcuni non potrebbero pensare di affrontare i propri demoni. Ciò stabilito, ogni scritto o opera d’arte che sia, testimonia dunque lo sfogo più intimo di quei pensieri vagabondi o dei remoti meccanismi inconsci che guidano la penna o la tempera in talune direzioni piuttosto che in altre. Come disse Freud, nulla è casuale, la psiche ha una sua logica e qualsiasi azione, anche quella apparentemente più insensata, è frutto di una concatenazione interdipente e interconnessa di riverberi passati e differenti risposte di sensibilità.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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