Quel “diavolo” di Bakunin, anarchico e rivoluzionario

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Chi era Michail Bakunin (Prjamuchino, 30 maggio 1814 – Berna, 1° luglio 1876) per meritarsi l’appellativo di demonio? Senza alcun dubbio un personaggio controverso, con uno slancio vitale devoto alla libertà assoluta e alla giustizia sociale, le sue ragioni di vita. Si formò in un contesto storico delicato, la Russia zarista di metà Ottocento, una Russia rurale e contadina, dove la ricchezza era detenuta da pochi privilegiati che non la distribuivano in maniera equa. A pensarci bene ricorda molto la situazione attuale, ma questo è un altro discorso.

Errico Malatesta

Bakunin propone una filosofia atea e materialista e nel suo “best seller” Stato e Anarchia troviamo le sue idee piuttosto chiare sulla figura del rivoluzionario, il cui compito è di mettere fine allo sfruttamento delle classi proletarie compiuto dalle classi dominanti o privilegiate: fate voi. Come si fa a porre fine a tale sfruttamento? Il demonio russo trova le parole giuste per spiegarlo in maniera semplice e dettagliata al punto da essere etichettato a vita come un utopista ed estremista. Secondo Bakunin l’unico modo per mettere fine allo sfruttamento delle classi più deboli è la distruzione delle strutture dello Stato, che costituiscono lo strumento principale della borghesia al fine di imporre il proprio predominio politico ed economico. Abbattuto lo stato, il comunismo si sarebbe instaurato spontaneamente come l’ordine più consono alle esigenze naturali delle masse.

 Insomma lo Stato da una parte e la Rivoluzione Sociale dall’altra, tali sono i due poli il cui an-tagonismo rappresenta l’essenza stessa della attuale vita pubblica in tutta l’Europa.

Karl Marx

Distruggere ogni forma di Stato e di governo era l’unica cura per arrivare ad una giustizia ed equità sociale che tanto serviva alla sua Russia ma anche all’Europa dell’epoca, in balia di Metternich e di tutto l’ancien régime che storceva il naso ad ogni richiesta del popolo e conosceva solo il principio del “tutto a noi, niente agli altri”, come scrisse già Adam Smith nel 1776 nel trattato La ricchezza delle nazioni.

L’idea della distruzione dello Stato e della Chiesa, ai benpensanti dell’epoca appariva non solo folle ma anche demoniaca, per questo Bakunin era malvisto in tutto il vecchio continente ed era costretto a muoversi in continuazione da uno stato all’altro diventando un esule che divulgava un verbo scritto da Satana in persona.

Nel 1864 arrivò anche in Italia dove aveva un caro amico, Errico Malatesta, anarchico convinto che in passato aveva rischiato la morte per incontrare il suo amico e compagno russo in Svizzera. Malatesta fu uno dei massimi divulgatori del vangelo secondo Bakunin ed è grazie a lui se nel Bel Paese arrivarono le teorie anarchiche secondarie. Secondarie perché fino ad allora i socialisti ed anche gli anarchici vedevano come esempio Marx e Proudhon. Il primo fu criticato ferocemente da Bakunin al punto da dividere le due scuole di pensiero in marxisti e bakuniani; i secondi furono emarginati massicciamente al congresso dell’Aja del settembre del 1872.

Pierre-Joseph Proudhon

Il bakunismo continuò tuttavia a resistere in molti Paesi economicamente inferiori, le sue teorie, più politiche che economiche, arrivarono dritte al cuore e alla pancia di molte persone. Questa vittoria morale di Bakunin lo portò di diritto nell’olimpo degli ideologi rivoluzionari, sempre però su certi aspetti un gradino sotto a Marx, che con i suoi studi acuti e dettagliati sull’economia e sul capitalismo godeva di molti più seguaci e forse di una base teorica più realizzabile.

D’altra parte al diavolo non importava di essere popolare o seguito in ogni circostanza; sarebbe stata un fallimento atroce considerare il bakunismo una fede, un qualcosa a cui credere a prescindere. Avrebbe fatto della sua lotta alla religione una religione stessa. Diavolo per i benpensanti, profeta per i rivoluzionari non è importante: Bakunin è esistito. Il pensiero politico, sociale, etico degli ultimi due secoli deve prenderne atto, che piaccia o no.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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