La storia di Serafina Battaglia: «vedo, sento, parlo»

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La storia di Serafina Battaglia: «vedo, sento, parlo»

Serafina Battaglia
Serafina Battaglia

Lo scialle e il velo nero, i segni del lutto nella tradizione del nostro Sud, gli occhi cerchiati da profonde occhiaie, e il coraggio di pochi. Una storia come tante, che avrebbe dovuto seguire il motto “Non vedo, non sento, non parlo”, quella di Serafina Battaglia.

Questo ne penso, che fa schifo la Mafia. Che ci sta a fare.. Levati la coppola e mettiti un paio di corna in testa, corna non delle tue donne, ma delle tue azioni. Non ne ho terrore.

Serafina Battaglia, cresciuta nella normalità della Mafia, sposata con un commerciante malavitoso espulso da Cosa Nostra, diventa presto vedova.

Nulla di nuovo nel suo paese, tanto che anche lei pensa di reagire come molti altri prima avevano fatto: spinge il figlio Salvatore a cercare vendetta con le armi, ma fu proprio lo stesso ragazzo a trovare la morte per mano della Mafia.

L’ennesima vittima, l’ennesimo spargimento di sangue in un paese avvolto dal silenzio.

Ma questo silenzio fu finalmente spezzato:

Mi hanno tolto mio figlio. Finché mi avevano tolto mio marito, non avevo detto niente, ma mio figlio è sangue mio, e io devo reagire.

Per la prima vota una donna decide di non rivolgersi a quella giustizia malata e mafiosa, l’unica che conosceva, per trovare pace e vendetta, ma di andare in tribunale, e rompere il muro dell’omertà che, soffocante, si chiudeva intorno a lei.

Il 30 gennaio 1962 Serafina Battaglia testimonia in tribunale durante il processo per l’omicidio del figlio contro tre malavitosi locali.

È sola: nessun avvocato è disposto a difenderla, nessun giornalista è disposto ad ascoltarla e a diffondere la sua voce.

Non si ferma: entra in tribunale, facendosi largo tra i parenti degli imputati, si avvicina alla gabbia in cui erano rinchiusi i più potenti boss, sputando in faccia agli assassini del figlio, gli intoccabili Rimi, “davanti a Dio e davanti agli uomini”.

Indica i nomi di assassini, mandanti ed esecutori, diventando la prima donna a testimoniare contro il sistema mafioso in moltissimi processi in cui per “legittimo sospetto” si indagavano gli affari dei boss.

Raccontò ai giudici tutti i segreti che il marito le aveva confidato: i traffici e i crimini, i retroscena degli omicidi, coinvolgendo ben trenta mafiosi, appoggiata solo dal giornalista Mario Francese, che nelle sue inchieste entrò profondamente nell’analisi dell’organizzazione mafiosa, assassinato nel gennaio del 1979, e dal giudice Cesare Terranova, anch’egli ucciso dalla mafia il settembre dello stesso anno.

Serafina Battaglia
Serafina Battaglia

Come potevamo immaginare, tutti gli imputati coinvolti furono assolti, generalmente per insufficienza di prove, tra i processi di primo grado e quelli in Cassazione, con avvocati che andavano a braccetto con i giudici, che negavano addirittura l’esistenza della Mafia, spesso con l’intervento di personaggi politici, nel solito groviglio dei soliti interessi.

E allora? Il coraggio di Serafina, definita una povera pazza, non è servito a nulla?

Se all’apparenza, di fronte ai risultati dei processi può sembrare che le sue parole siano svanite nel nulla, non dobbiamo dimenticare quanto il suo esempio sia poi servito ad altre donne, che, per salvaguardare se stesse e i proprio figli, hanno deciso di rischiare e collaborare con la giustizia.

«Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare come faccio io, la Mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo», diceva Serafina Battaglia.

Le donne sono sempre state strumentalizzate dalla Mafia, vittime dei delitti d’onore, della vendetta, del regolamento di conti, del silenzio: ma molte si sono risollevate, prendendo le distanze dall’ambiente in cui erano cresciute ma a cui non volevano appartenere.

Una svolta incredibile, la forza di quelle donne e quelle madri che hanno capito il loro potere: spezzare la catena, l’anello di congiunzione tra i loro figli e la malavita.

 Jessica Freddi per MIfacciodiCultura

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