Domus Aurea: il tesoro nascosto nel palazzo di Nerone

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Correva l’anno 64 d.C. quando Nerone, dopo l’incendio che distrusse gran parte del centro di Roma, iniziò la costruzione della Domus Aurea. Progettata dagli architetti Severus e Celer e decorata dal pittore Fabullus, la reggia non era costituita da un unico edificio ma da una serie di padiglioni separati da giardini, boschi e vigne e da un lago artificiale, situato nella valle dove oggi sorge il Colosseo. L’enorme residenza imperiale comprendeva, tra l’altro, bagni con acqua normale e sulfurea, pitture e marmi colorati a cui si aggiungevano rivestimenti in oro e pietre preziose, diverse sale per banchetti, tra cui la celebre coenatio rotunda, che ruotava su se stessa, e un enorme vestibolo che ospitava la statua colossale dell’imperatore nelle vesti del Dio Sole. Una dimora così grande da essere definita rus in urbe, campagna in città, un grande parco un po’ come Villa d’Este, realizzato espropriando e confiscando il tessuto urbano dei Colli Esquilino, Celio ed Oppio. Una dimora che avrebbe dovuto competere con i magnifici palazzi orientali così da trasformare Roma in una nuova  Alessandria d’Egitto.

Sala ottagonale

Dopo la morte di Nerone, i suoi successori vollero però cancellare ogni traccia dell’imperatore e del suo palazzo. La Domus Aurea ha così riposato senza pace dal 104 d.C., quando Apollodoro di Damasco iniziò a costruire sulla sua schiena la terrazza delle Terme di Traiano, trasformando la villa di Nerone, spogliata di tutti i materiali preziosi, nella loro base interrata. Tutte le aperture verso l’esterno furono sigillate. Il piano superiore venne rasato all’altezza dei pavimenti; quello inferiore fu rinforzato con muri che ripartirono gli spazi più ampi, creando una serie di gallerie coperte con volte a botte.
Fu solo a partire dal Rinascimento che, dopo alcuni ritrovamenti fortuiti, artisti appassionati di antichità come Pinturicchio, Raffaello e Giulio Romano iniziarono a calarsi dall’alto in quelle grotte, copiando i motivi decorativi che conservavano e che da allora presero il nome di grottesche. Oggi sul Colle Oppio di quell’immenso edificio sopravvive il padiglione e anche se non è più possibile percepirne la comunione spettacolare con il Palatino, il Celio e il lago, quello che resta è sufficiente per afferrare la magnificenza di una dimora che spinse l’imperatore a proclamare:« Finalmente una casa degna di un uomo».

La Domus Aurea affascina tutti.

Sala della Sfinge

È un monumento unico: di anfiteatri ce ne sono tanti, di Domus Aurea ce n’è una sola. Il mito è certamente legato alla fama ambigua di Nerone; l’essere diventata ipogea non può che averne amplificato il mistero. Un mistero che ogni anno si rinnova con scoperte eccezionali come quella avvenuta recentemente ad opera degli architetti e dei restauratori del Parco archeologico del Colosseo che hanno ritrovato casualmente la cosiddetta Sala della Sfinge. Ovvero un ambiente affrescato con una volta a botte e una finestra a bocca di lupo che si apre sulla lunetta di fondo dove si trova la figura che dà il nome alla stanza e che si colloca al di sopra di un probabile oggetto sacro. Diverse figurine elegantemente dipinte animano i riquadri; il tutto è attraversato da motivi vegetali: ghirlande e crespi che terminano in steli di vari colori, mentre festoni e frutti compongono un paesaggio surreale popolato da uccellini.

Peccato che una larga parte della nuova sala sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano. Però quello che emerge al momento racconta già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere poco illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco sul quale risaltano numerose figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale come il Criptoportico 92, rende propensi gli esperti ad attribuire la fattura alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 e il 68 d.C. Data la posizione della stanza rispetto al sistema planimetrico della Domus, emerge che la decorazione neroniana venne estesa sulle superfici di un più antico ambiente, parte della sequenza di vani che componevano un preesistente horreum (magazzino) di età claudia, e che vennero reinseriti nel padiglione dell’Oppio.

Sala della volta dorata

La Domus Aurea risplende, oggi come allora, di luce propria: passeggiare nei suoi enormi ambienti significa fare un tuffo nel passato del principato, essere negli stessi luoghi abitati da Nerone, respirare la Storia che trasuda da ogni sala. Per quanto i successori di Nerone abbiano fatto di tutto per cancellare la sua memoria, la Domus Aurea continua imperitura ad emozionare a distanza di millenni, una meraviglia tra le meraviglie, destinata a fare di Roma una novella Alessandria d’Egitto.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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