Raymond Carver: disperazione e delirio nella provincia americana

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Raymond Carver
Raymond Carver

In uno dei miei estemporanei viaggi nel rutilante mondo dell’ignoranza (sempre più frequenti da quando frequento Facebook), mi è capitato di sentirmi dire con malcelato disprezzo un mai sentito per aver chiesto una copia di Furore in una libreria di cui non dico il nome (inizia per Mon- e finisce per -dori). È triste, ma i commessi/e delle librerie ormai hanno una competenza letteraria tanto quanto quelli dell’Unieuro hanno una laurea in Ingegneria Elettronica, e secondo me è un limite piuttosto grosso (ah, i bei tempi andati quando alla Italo Svevo di Trieste se sbagliavi la pronuncia del nome dell’autore quasi si rifiutavano di venderti il volume). Il nome di Raymond Carver non è poi difficile da pronunciare: il problema è quello di conoscerlo al di fuori della stretta cerchia dei bibliofili e degli addetti ai lavori, perché lo scrittore è nato (il 25 maggio) nella misconosciuta Clatskanie nel 1938, perché ha scritto prevalentemente racconti (lo avevate intuito dall’incipit, eh?), e anche quelli nemmeno tanti, visto che ha avuto la malaugurata idea di andarsene per un tumore al cervello all’età di 50 anni giusti giusti, il 2 agosto 1988. Nel mezzo: inizi difficili, famiglia umile, matrimonio precoce cui seguirà divorzio, corsi di scrittura creativa, qualche pubblicazione, il secondo matrimonio con Tess Gallagher, il successo infine con i 17 racconti di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

Certo, Carver non assurgerà mai ad un successo planetario nazional-popolare: nei suoi racconti c’è pochissima violenza palese, nessun tratto avventuroso e come scrittore di racconti, verrà assegnato il Nobel ad Alice Tripanosoma Munro invece che al Nostro.
Nondimeno, Carver è uno scrittore la cui opera è profondamente inserita nel tessuto sociale statunitense dell’epoca: tessuto sociale che si sta espandendo come una epidemia nel resto del globo e che presto lo renderà assolutamente attuale in ogni angolo del pianeta.

Da Vuoi star zitta per favore? a Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, a Cattedrale, Principianti, Voi non sapete cos’è l’amore. Saggi, poesie, racconti, Da dove sto chiamando. Racconti fino a Chi ha usato questo letto, Carver dipinge un’America in cui il Sogno si è disgregato negli spazi infinite delle Maleterre, tradito epigono degli homeless di Furore, avvolti nello sciroppo d’acero dei pancake che blocca ogni movimento diventando ambra.

carver america oggiAttraverso il difficile genere del racconto, che proprio per la sua brevità non concede possibilità di errore e/o recupero (vuoi mettere quante scemenze ci si può permettere di scrivere in 1300 pagine, se sei Ken Follet beninteso?), il signor Raymond Carver mette in scena 50.000 sfumature di grigio, raccontando storie senza trama e senza intreccio che danzano sulla lama di rasoio del nulla esistenziale e della disperazione quieta.

Gli etichettatori professionisti hanno ruotato intorno alle definizioni di minimalismo, esistenzalismo, realismo minimale: va detto che Carver non si è mai sentito minimalista, anche perché i suoi primi racconti furono selvaggiamente sfrondati dal suo editor, mentre egli ambì sempre ad uno stilo più “pieno”.

Sta di fatto, Carver narra queste vite bruciate che ruotano intorno a avvenimenti minimi, profili intellettuali bassi, aspirazioni e sogni da fast food. In Di cosa parliamo quando parliamo d’amore ammicca per un attimo alla desolazione alla BukowskiLa verità è che ci davamo dentro parecchio tutti e due, con il bere. Quello si porta via un sacco di tempo e di fatica, se ci si dedica seriamente»), ricorda passaggi alla Springsteen («Vedo le luci accendersi in diversi palazzi e il fumo delle ciminiere che si leva in volute dense. Vorrei tanto non dover guardare»), liquida un omicidio senza giustificazioni né causa con una freddezza degna dei fucili di Easy RiderNon riuscì mai a capire che cosa voleva Jerry. Ma tutto cominciò e finì con un sasso. Jerry usò lo stesso sasso su entrambe le ragazze, prima su quella che si chiamava Sharon e poi su quella che avrebbe dovuto essere di Bill»).

Nella loro non riassumibilità, diversi racconti sono agghiaccianti: Il Bagno, Perché non ballate? oppure Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, dove un gruppo di amici ritarda di due giorni la denuncia del ritrovamento del cadavere di una ragazza per non interrompere la partita di pesca e continuano a campeggiare a pochi metri dal cadavere; e ancora, in Piccole cose una coppia in fase di separazione uccide il proprio figlio cercando di strapparselo di mano, terribile parodia dell’episodio salomonico (“E così la questione fu risolta”).

Raymond CarverQuando non è terrificante, Raymond Carver è il cantore dell’ignoranza, con le brevi ed insulse conversazione infarcite di “mica” e di “mi sa” che trasudano sciatteria quanto i personaggi che le pronunciano. L’unica varietà risiede dell’uso verbale, Carver passa indifferentemente dalla prima alla terza persona, dalla voce maschile a quella femminile.

Cantore del vuoto, Carver merita copertine che riproducano i quadri di Edward Hopper, le donne nelle stanze vuote che guardano da immense vetrate, giovani coppie sotto un portico che non sanno cosa fare e cosa sarà di loro, i mosconi da bar.

Robert Altman sceglierà 9 racconti ed una poesia di Carver per la sceneggiatura del suo favoloso America Oggi, in cui con un cast stellare muove i personaggi carveriani della provincia americana, in potenza devastati da un dolore straziante ma in realtà cristallizzati in un Orizzonte degli Eventi una solo istante prima della disperazione conclamata.

Ma voglio concludere ricordando un’altra pellicola, più recente (2005), dell’altrettanto geniale Steven Soderberg che muove soli attori non professionisti: il titolo del film è Bubble e immagino farete una certa fatica a reperirlo, ma penso che dovreste farlo se volete capire dove porta il sogno americano e in cosa trasforma la provincia e le persone. Carver non c’entra, è Carver nella sua più pura essenza.

Una finestra sul futuro che ci aspetta, Raymond Carver.

Un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi. 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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