“Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”

Il 25 maggio 1922 nasceva a Sassari Enrico Berlinguer. Berlinguer fu Segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 al 1984, anno della sua prematura scomparsa.

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Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona
Enrico Berlinguer

Recita così una frase del monologo di Giorgio Gaber andato in scena durante uno spettacolo del 1991 intitolato Il teatro canzone. E forse è proprio vero che, alcuni tra quelli che si definivano comunisti negli anni ’70, dovevano proprio alla figura di Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984) fautore di una nuova accezione del termine comunista, la loro indole.

Oggi neanche cento anni ci distanziano dalla nascita di colui che ha rivoluzionato non solo il Partito Comunista ma lintera politica italiana nel decennio tra 1970 e 1980.

Enrico Berlinguer, infatti, lo si ricorda per aver dato vita ad un nuovo comunismo, per la prima volta in quegli anni autonomo da Mosca. Il segretario del PCi, dal momento in cui entra in carica nel 1972, ambisce ad offrire un contributo per rinnovare il comunismo internazionale passando attraverso la costruzione di un’alleanza programmatica con i principali partiti comunisti dell’Europa occidentale, della Spagna e della Francia. Esperienza nota con il termine eurocomunismo e di cui Berlinguer sarà il principale esponente. Ma nella strategia berlingueriana si delinea anche il progetto di un compromesso storico tra PCI e DC (in un periodo che si definirà, per l’appunto, della solidarietà nazionale) visto come un’unione delle masse popolari cattoliche e comuniste contro i capitalisti, i nemici di classe e i dirigenti reazionari.

Ciò che però è importante sottolineare in un anniversario come quello di oggi non sono gli aspetti e, quindi, sfortunatamente gli innegabili errori della linea berlingueriana (la quale, purtroppo, ha finito per essere ideologicamente sovraccaricata nel fine, cioè la ricerca di una terza via tra socialismo e capitalismo) quanto piuttosto l’importanza che la figura di Berlinguer assegna al PCI, permettendogli di assumere il ruolo di interlocutore centrale all’interno delle istituzioni. Dal 1972, infatti, il partito riesce ad influenzare da parte dell’opposizione l’approvazione di molte leggi: riforme dei codici penale e civile, statuto dei lavoratori, divorzio, diritto di famiglia, regioni, borsa, società per azioni ed edilizia. Inoltre, lo stesso partito ottiene un ottimo risultato nelle elezioni del 1975, cosa che gli consente di assumere il governo locale delle principali città italiane e di accelerare la fine della legislatura. Il PCI, quindi, con Berlinguer si afferma come partito che promette onestà, efficienza e funzionamento della macchina statale; oltre ad esprimere chiarezza di intenti con toni dimessi, quasi ad aprire la strada ad un più compiuto consociativismo. Tutti valori contrari a quelli che, fino ad allora, si erano delineati attraverso la linea politica della DC, la quale agiva in base alla paura del comunismo e ricorrendo al classico espediente retorico della teoria degli opposti estremismi (ovvero: il centro come riparo democratico della sinistra e della destra).

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona
Berlinguer e Roberto Benigni

Così, il Partito comunista, nonostante il suo codice genetico leninista e le successive incrostazioni staliniste che lo porteranno al declino, è riuscito ad occupare uno spazio capillare nella società; con un radicamento nel sindacato, nelle amministrazioni comunali  e con una rete di corporative che hanno reso questo partito l’unica vera socialdemocrazia che ci sia stata in Italia. In tutto questo Berlinguer, leader comunista che ha sempre agito in nome del rigoroso centralismo interno del partito e in ragione di una forte carica ideologica e di convinzioni molto personali, acquista un ruolo centrale. Egli, infatti, sin dal 1973 assume posizioni basate su constatazioni ideologiche, le quali affondano le loro radici nella filosofia di Gramsci, nel solidarismo cristiano e nell’elemento sociale dei produttori presente nell’ideologia di Proudhon. Tali istanze, insieme al trauma inferto alla sinistra dal Golpe cileno del ’73, che mise in crisi il mito della rivoluzione, spinsero Berlinguer ad ammettere la necessità di una collaborazione e di un accordo fra le forze popolari di ispirazione comunista con quelle di ispirazione cattolico-democratica.

Certo, ad oggi è possibile ammettere che, se l’incontro tra comunisti e cattolici fosse avvenuto per una convergenza di vedute sui grandi problemi nazionali del momento, in base a ciò che essi avevano in comune, anche con prospettive ideologiche diverse (come è stato, nella storia italiana, per i classici di connubio politico di Cavour e Rettazzi, Giolitti e Turati o De Gasperi e Togliatti) allora l’operazione sarebbe stata diversa e, magari, concreta.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava personaPer concludere, tuttavia, il nostro obiettivo in circostanze come quelle di oggi non è riportare i motivi che hanno causato il disfacimento del PCI, bensì poter affermare che, per quanto il riformismo del partito resti a lungo pratico e non dichiarato, è proprio lo spazio della socialdemocrazia che il PCI occupa a danno di chi, riformista dichiarato (Psdi e Psi), in realtà non è si è rivelato in grado di sostenere una politica democratica di stampo europeo.

Così, voglio terminare riportando le parole dello stesso Berlinguer durante la nota intervista del 1981 di Eugenio Scalfari. Il giornalista, con l’obiettivo di provocare il segretario, afferma con ironia: «Allora il PCI è un partito socialista serio…». Al che, Berlinguer risponde in modo ragguardevole: «…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo».

Auguri Enrico, noi oggi ti ricordiamo per averlo fatto.

Marianna Fangio per MIfacciodiCultura

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