Da Ovidio a Fromm: l’Arte di amare non è un’antitesi tra Eros e dolcezza

Venerdì 24 maggio ore 20 al Let's Feel Good di Milano un aperitivo speciale da non perdere per orientarsi sull'Amore e su cosa si intende per amare grazie all'approfondimento culturale su Ovidio e Erich Fromm

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Affermare che dell’amore abbiano parlato in passato è come ingegnarsi asserendo che per respirare si necessita di ossigeno. Risulta dunque banale ribadirlo e spaventa quasi approcciarsi all’infinità di versi, tratti pittorici, canzoni e pensieri mai espressi che l’amore hanno decantato, raccontato e tramandato nel corso della storia. Ora se ne prenderanno in considerazione due, pur consapevoli che questo sia l’argomento con più fonti di qualunque altro e che nessun trattato, romanzo o qualsivoglia mezzo sarà mai completo ed esaustivo.

Il primo narratore dell’amore fu Ovidio, nato a Sulmona ed esploratore di numerose località, da Atene all’Egitto, dalla Sicilia a Roma dove incontrò Virgilio. La possibilità di non limitarsi alla propria Itaca abruzzese gli permise di aguzzare la vista e affinare i sensi, navigando per mari e scorrazzando più e meno intellettualmente tra le città più sfarzose e all’avanguardia del tempo. Ciò che rimase costante nei tre periodi della vita e delle opere di Ovidio è quello che in Remedia amoris viene esplicato come la regola somma: occorre resistere all’amore, non cedere alle lusinghevoli carezze e tantomeno alle parole di quelle decantate bellezze che altro non sono che cose, fotocopie di quelle idee platoniche corrispondenti a Venere e Afrodite. L’umanità è una fotocopia del Bello assoluto, pertanto impazzire per delle carta veline imitanti la Bellezza somma non ha senso.

«Ingannate codeste ingannatrici»

sussurra allora Ovidio in Ars Amatoria, questa è la sola e unica suggestione, o per meglio dire il comando, che viene imposto dall’autore, che assume originalmente il ruolo di praeceptor amoris. Un insegnante, dunque, non in dichiarato compianto per le beltà passate o i nostalgici dolci ricordi di ieri, bensì decantore dei miti e della fuggevolezza del tempo che con sè allontana l’amore e lo cambia inevitabilmente.

Dinanzi a questo, il praeceptor amoris che è Ovidio caccia come nelle antiche storie e fiuta come le primitive inquietate avvisaglie l’arrivo del cavallo di Troia, e infine dichiara guerra aperta all’amore e promuove l’erotismo, unico vero fine nobilmente perseguibile e raggiungibile con una serie di consigli dettagliati. Ars amatoria è un trattato di suggestione, di sofismi vocali e fisici con un intentio preciso, un parlatio introduttivo esplicativo e infine una narratio dettagliata sui comportamenti da tenere, a dir del poeta infallibili in qualunque occasione e con qualsiasi puella disponibile (a eccezion fatta delle matrone sposate e delle prostitute, le quali non sono le dirette interessate del suo diletto scritto. Ovidio si rivolge quasi sempre agli uomini, tranne in alcune eccezioni nell’ultimo periodo come nel Medicamina faciei femineae, invitandoli al perseguimento dell’arte erotica.

La simulazione e l’inganno, ecco le armi che con l’aiuto di Venere agganceranno qualsiasi preda e la soggiogheranno in quel lusus, un gioco talvolta sadico e solo apparentemente masochista, garante però di enorme piacere generato dalla conquista e sottomissione della puella, che in un gioco rapido di Metamorfosi in cui ci si può perfezionare sempre più, passa da essere la dominatrice alla figura domata nel servitium amoris.

Renato Guttuso

Poi d’improvviso l’esilio, e quella Zacinto irraggiungibile dovuta probabilmente ad alcuni dissapori piacevolmente personali generati pare dalla protagonista Corinna identificata con una donna connessa ad Augusto o Tiberio, resterà una piaga nella vita e nelle opere di Ovidio. Sul Mar Nero presso Tomis venne partorita la narrazione autobiografica Tristia ma il pensierò sull’amore non mutò. Nonostante la ferrea impostazione da manuale di diritto di Ovidio, un particolare colpisce: si conquista una donna sempre con le medesime regole, eppure egli ammette che talvolta i contesti cambino e ci possano essere delle imperfezioni nel metodo aureo da lui congegnato. Possono dunque essere le pulsioni a cambiare? Magari quelle di cui qualche secolo dopo avrebbe parlato Erich Fromm?

Edvard Munch

Nato a Francoforte sul Meno, patria che diede i natali anche a Goethe, altro decantore di versi amorosi talvolta dai risvolti ossessivi quasi demoniaci, anche Fromm ebbe la possibilità d’incontrare il mondo e scrutarne i dettagli più o meno vistosi. Fromm arrivò a teorizzare l’esistenza di due componenti, non del tutto antitetiche tra loro: gli istinti e le pulsioni. I primi si rifanno a dei bisogni primari che l’uomo deve necessariamente soddisfare (mangiare, bere, fare sesso), ovvero quegli stessi che nella piramide dei bisogni di Maslow sono posizionati alla base). Vi sono però anche dei bisogni secondari, che fanno riferimento secondo Fromm a una dimensione spirituale ed emotiva, una sfera totalmente di dominio della mens, che assieme al corpo viene così a creare un  dominio unico.

Ecco di seguito i capisaldi che alla psiche occorrono per mantenere un equilibrio funzionale: relazione, trascendenza, radicamento, orientamento, stimolo, unità e realizzazione. 

Il carattere attivo dell’amore diviene evidente nel fatto che si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme d’amore. Questi sono: la premura (o cura), il rispetto, la responsabilità e la conoscenza (Fromm)

Per Fromm, la maniera in cui un soggetto viene plasmato e continua a modificare il proprio carattere durante la vita dipende dall’interconnessione ininterrotta di queste componenti, con una base di genetica ereditaria. L’amore, come esplica nel celebre L’arte di amare (1957) è anch’esso frutto del dualismo assimilazione- socializzazione. Nella prima il soggetto capta l’ambiente e lo interiorizza con le sue caratteristiche, nel secondo avverte la presenza dell’altro e sperimenta tensione. A questo, mentre Ovidio risponde con tono saccente indicando dei precetti infallibili su come controllare l’ambiente e soggiogarne gli attori, o per meglio dire le attrici, Fromm asserisce che vi siano delle virtù da sviluppare all’interno del proprio Essere (ossia nella propria onestà d’animo ben diversa dal mero Avere collezionista, molto simile al concetto di Ovidio di giogo dell’altro).

Marc Chagall

Perchè l’amore arrivi al suo apice necessita di cure costanti, di perseveranza e di coraggio, affinchè possa durare. Una considerazione che ben si discosta dal concetto di relazione di Ovidio, il quale anche solo nel componimento innovativo dell’elegia non più decantata ai gruppi nei simposi strabordanti vino e narrazioni ma ai singoli uomini concepisce un amore ben diverso, da programmare al dettaglio e incatenare al proprio raziocinio costante, solo apparentemente abbandonato tra le dolci braccia di qualche finta Medusa. Entrambi gli scrittori sembrano molto concentrati sul concettualizzare l’amore come un’arte ascrivibile in concezioni d’etichetta, quand’è piuttosto chiaro, come si affermava all’inizio, che per quanto e giustamente si possa parlare di esso, ogni ragionamento, congettura, premeditazione (Ovidio) e altresì efficace mantenimento (Fromm) non può essere predeterminato dalla mente, che rivestirà sempre e solo un ruolo secondario nell’Arte di amare.

INFO evento speciale al Let’s di Milano: https://www.facebook.com/events/661939330934280/

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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