Henri Rousseau: quando l’immaginazione rende la realtà migliore

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Nell’immaginario collettivo, quando si pensa al cognome Rousseau, il primo nome che balza in mente è quello di Jean-Jacques piuttosto che quello di Henri Rousseau, in quanto il primo è l’illuminista per eccellenza, mentre il secondo è un pittore post-impressionista poco riconosciuto che si dedicò all’attività pittorica solo dopo i suoi quarant’anni. Infatti, Henri venne ribattezzato dal drammaturgo Alfred Jarry “Le Douanier Rousseau”, “Il Doganiere”, in virtù del suo passato da soldato per la Patria.

Henri Rousseau

Il fatto è che categorizzare Henri Rousseau come “Post-impressionista” o come semplice “Doganiere” non coglie la vera essenza dell’artista, in quanto il suo modo di vivere il mondo riflette molto le avventure fantastiche che si creava nella sua testa, in cui animali esotici dagli occhi sbarrati e la natura selvaggia diventano complici di un desiderio di evasione dal mondo reale. Nel suo caso, l’espediente per fuggire dalla routine lo trovò nell’arte, diventata motivo di compensazione della noia provata nella sua vita quotidiana. Proprio per il fatto che la sua immaginazione fu la sua prima fonte di ispirazione si può definire la sua arte unica e inimitabile.

Henri Rousseau nacque a Laval, una cittadina immersa nella regione della Loira, il 21 maggio 1844. Ben presto egli abbandonò il suo luogo di nascita, in quanto complice di un furto ai danni del suo datore di lavoro, un avvocato, che gli poteva costare molti anni di carcere. Per alleggerire la sua pena a solo un mese di prigionia, egli si arruolò nella milizia in primis come sassofonista, per poi divenire sergente a pieno titolo durante la Guerra Franco-Prussiana dal 1870 al 1871. Ne La Guerra, dipinto maturato vent’anni dopo l’esperienza nell’esercito, Guerra è personificata come una donna agguerrita, che si erge su un cavallo sbizzarrito di colore nero, mentre attorno regna la devastazione. Questa tela è simbolo del rifiuto alla violenza, e si può constatare quanto essa sia simbolicamente molto chiara ma carente di tecnica pittorica: egli fu un autodidatta e in tutta la sua vita volle evitare la frequentazione dell’ambiente accademico.

La guerre, 1894, attualmente al Museo d’Orsay a Parigi

È anche per questo motivo che i suoi sforzi non ricevettero il successo tanto bramato: le sue opere ricevevano critiche tanto accanite, poiché il suo stile aveva poco da spartire con quello dei suoi colleghi. Nel 1884, dopo essere stato rifiutato al Salon officiel perché poco consono all’ambiente artistico parigino, venne accolto al Salon des Indépendants e nel circolo fondato da Seurat, Redon e Signac Societé des artistes indépendants, ma anche in questo caso non riuscì ad essere apprezzato.

Egli aveva il grande merito di rappresentare una scena reale come una scena mentale, quindi ciò che gli stava attorno doveva essere rivisitato secondo la sua modalità di vivere nel mondo. Questo punto di vista era troppo avanguardista, quindi la sua sensibilità artistica venne scartata. Inoltre, egli fu capace di ricostruire paesaggi esotici grazie agli aneddoti dei galeotti incontrati in carcere senza mai uscire dallo Stato Francese. L’esotico è il suo leitmotiv, ed è facilmente intuibile la sua predilezione per la natura: ne Il sogno, una delle ultime tele, una donna nuda è stesa all’interno di una giungla con un’infinità di sfumature di verde, la natura è così rigorosa che non si capisce fino in fondo il confine tra il reale e l’onirico.

Le Rêve, 1910. Attualmente al MoMA, NYC

Il suo successo purtroppo arrivò dopo la sua morte: visse nella povertà più assoluta fino al 2 settembre 1910, giorno in cui si spense nel letto di un ospedale dopo un malore. Il suo contributo venne riconosciuto da Apollinaire, Gauguin, Braque, Picasso e da molti altri grazie all’efferato simbolismo e alla spiritualità che le sue tele emanano. La giungla, che era la sua immaginazione, ha lasciato un patrimonio che anche oggigiorno ha riscontrato critiche favorevoli, proprio perché chi viaggia con l’immaginazione vive molte vite, ma chi riesce a unire i propri sogni con la realtà vive una vita rigorosa.

Egli definiva così il suo modo di dipingere:

Niente mi rende così felice come osservare la natura e dipingere quello che vedo.

Ed è anche sognando che si può dare un valore aggiunto ai nostri cinque sensi.

Elisa Tiboni per MifacciodiCultura

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