I Grandi Classici – “La signorina Else”, proposta indecente ante litteram

Arthur Schnitzler e il suo trait d'union tra flusso di coscienza e il molto antecedente romanzo epistolare

0 1.193

Leggere oggi un classico, o meglio un Grande Classico, come La Signorina Else di Arthur Schnitzler causa un singolare stato d’animo, ossia induce la sensazione che potremmo definire Sindrome dell’Anch’Io: quella possibilità di credere che anche noi, in fondo, se solo avessimo voluto, o se magari avessimo avuto il tempo, avremmo potuto scrivere la stessa cosa – una sindrome particolarmente frequente negli sportivi da poltrona che non sbagliano mai un rigore da seduti, o che cosa ci vuole a fare un Pollock («Ma guarda che il mio falegname, con trentamila lire, la fa meglio», cit.).

Ritratto di Arthur Schnitzler

Non è così, naturalmente: non per scadere in un determinismo assoluto, ma per quelle cose che è effettivamente possibile realizzare motu proprio, vale in principio che se fossero state realizzabili, lo sarebbero effettivamente state. Un po’ come il padre della protagonista, grande ottimista che passa da un fallimento all’altro senza perdere entusiasmo, pensiamo sempre che salvo quel piccolo dettaglio esterno, sarebbe stato possibile portare a termine qualcosa.

L’apparente semplicità di una novella (si tratta di un romanzo breve, invero, per un totale di un centinaio di agili pagine) come La Signorina Else, può indurre in inganno. Noi, dotati di spirito critico e prospettiva storica, diamo un valore al fatto che essa sia stata scritta nel 1924 e altrettanto valore diamo al fatto che si tratti di uno dei due lavori di maggior valore dello scrittore, drammaturgo e medico austriaco Arthur Schnitzler, nato e morto a Vienna tra il 15 maggio 1862 ed il 21 ottobre 1931, ed in quest’ottica il secondo esempio di uno stile noto come monologo interiore (il primo romanzo scritto da Schnitzler con questo artificio narrativo era stato, nel 1900, Il Sottotenente Gustl.

La signorina Else

Va assolutamente detto che il monologo interiore non è perfettamente sovrapponibile al flusso di coscienza sviluppato da Joyce & C. Ne è, piuttosto, l’evoluzione e l’approfondimento (nessuno stupore, in questo: Joyce stesso ebbe un percorso di crescita tra Ulisse e Finnegans), nel senso che l’irlandese sviluppò le sensazioni im-mediate (in senso etimologico), mentre l’austriaco aveva già trasformato il dialogo, con le sue strutture sintattico-lessicali, in monologo inteso come dialogo con sé stessi, un vero e proprio discorso diretto – un po’ come fanno i matti. Altrimenti detto, Joyce rinnega ogni ordine logico nella comunicazione dei pensieri dei personaggi, Schnitzler mantiene ancora una sovrastruttura “per blocchi argomentativi”, dato che l’intento è sempre quello dell’analisi psicologica, ma inerente alla situazione contingente e non assoluta come in Joyce.

Mancano comunque i verbi introduttivi del dialogo, la narrazione è in prima persona, abbiamo una prevalenza assoluta della coniugazione al presente o all’infinito e abbondanza di espressioni colloquiali e del linguaggio parlato: con tutto ciò premesso, possiamo dire che il lavoro di Schnitzler, dal punto di vista stilistico, è estremamente interessante perché si pone come una sorta di train d’union tra flusso di coscienza appunto e il molto antecedente romanzo epistolare, dove fatti e pensieri avevano una struttura logica salvo necessità narrative o introspettive contingenti. Ma Schnitzler ha la forte esigenza di dipingere una società frivola e superficiale come quella della borghesia viennese, e deve almeno mantenere le strutture di un dialogò blasé, perfettamente reso.

Schnitzler fu anche autore teatrale, tuttora rappresentato

Con un intreccio, come vedremo, davvero esile, l’interesse di Schnitzler è concentrato pressoché totalmente sull’analisi del personaggio: la tecnica del monologo serve ovviamente a presentare il personaggio – principale, ma possiamo addirittura dire unico, visto che le altre figure sono di contorno, raccontate dalla protagonista-filtro, e peraltro in alcuni casi (la madre di Elsa) dei veri co-macguffin assieme ad una lettera ed al contenuto di questa. In ogni caso, il tentativo di Schnitzler di analisi psicologica deve considerarsi perfettamente riuscito: egli infatti fu fortemente influenzato dal lavoro di Sigmund Freud, ma a sua volta risvegliò col suo lavoro l’interesse del padre della psicanalisi, tanto che ci fu frequentazione, carteggio e rispetto reciproco, e Freud in una lettera espresse esplicita ammirazione per le conoscenze psicanalitiche di Schnitzler.

Una locandina di Proposta Indecente

Elsa, quindi: una diciannovenne viennese di apparente buona famiglia, che mentre si trova in montagna in vacanza riceve una lettera dalla madre. Nella missiva, la richiesta della genitrice affinché Else chieda un prestito di 30.000 fiorini ad un amico del padre, per l’ennesima volta a rischio-bancarotta e di cui paventa il suicidio. La giovane, pur turbata, effettua la richiesta: l’amico di famiglia, per esaudire la richiesta, chiede di vederla nuda. Else in un certo senso accetta, ma in maniera del tutto particolare: alla fine, disgustata dalla vita e soprattutto dall’ipocrisia, falsità e cattiveria delle persone che la circondano, si suicida con dei barbiturici.

Lo abbiamo detto più volte, non si inventa – quasi – nulla: nel 1924 il medico austriaco Arthur Schnitzler inventò la storia che Robert Redford metterà sullo schermo nel 1993 con Proposta Indecente (basato sul romanzo di Jack Engelhard, al lordo dei debiti non riconosciuti). Peraltro, «questi soldi che hanno odore», canta Francesco de Gregori in Adelante! Adelante! e nemmeno qui niente di particolarmente originale, va detto: pecunia non olet era un detto talmente popolare ed ovvio che allora, all’epoca dei nostri progenitori latini, nessuno si sarebbe nemmeno abbassato a rivendicarne la paternità. Ma era lontana l’epoca in cui Fabio Volo sarebbe stato considerato un filosofo e Diego Fusaro un pensatore originale.

Doppio sogno di Arthur Schnitzler, ispirazione per Eyes Wide Shut di Kubrick

Redford suscitò scandalo portando alla luce la predisposizione alla prostituzione della persona comune (persona, sia chiaro), con torme di donne e uomini che si affrettarono a specificare in ogni dove che, loro, non avrebbero esitato un nanosecondo al posto di Demi Moore, ed invero anche per un millesimo della cifra proposta indecentemente da Redford.

Ma la signorina Else è una giovane Werther, curiosa, intelligente, ironica, casta, giovane e sola, e non supera il dolore di un mondo buio e cattivo, e per dirla con Schopenhauer ritiene che non sia dignitoso vivere soltanto per la paura di suicidarsi: meno di un secolo fa, il sesso e la nudità, pubbliche e sbandierate, non erano ancora la chiave per il successo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.