Il castello di Torrechiara (PR) e il bacio notturno della dama bianca

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Il Castello di Torrechiara su sfondo nebbioso

Cinque torri proteggono il castello di Torrechiara (frazione di Langhirano), cinque di cui quattro orientate verso il Cortile d’Onore: la Torre della Camera d’Oro, quella di San Nicomede e la vicina del Giglio; di seguito, Torre del Leone richiamante lo stemma dei Rossi e per ultima quella del Rivellino. È curioso constatare come più della metà di queste abbia un collegamento diretto con una figura che di cognome non faceva Rossi: Bianca Pellegrini.

Opera di Benedetto Bembo ritraente Pier Maria de’ Rossi e Bianca Pellegrini, Camera d’Oro

Uno dei motivi che maggiormente attrae i i turisti presso il castello di Torrechiara, quasi del tutto inconsapevoli dei secoli di storia alle spalle, è la leggenda che tutt’ora permea attorno al maniero quattrocentesco che vede protagonista Bianca e Pier Maria II de’ Rossi conte di San Secondo, dall’epiteto leggermente sfarzoso “signore di cento castelli”. Tra le nebbie del XV secolo e il verdeggiante percorso che s’inerpica alle porte della Val Parma, si ode sussurrare di un amore che, come tutti quelli che si rispettino, segretamente si consumò all’interno del Castello, tra le fredde notti di Parma e i ritratti di Benedetto Bembo.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona (Divina Commedia – Inferno – Canto V)

Amos Cassioli, “Paolo e Francesca” (1870)

Come raccontato nelle leggende del ducato, Rossi fece costruire la fortezza di Torrechiara per adibirla a luogo di ritrovo con l’amante, la quale coi suoi occhi smeraldini e il soffice effluvio di capelli corvini subito s’innamorò del baldo cavaliere e ne conquistò un’attenzione incondizionata. Si dice infatti che l’uomo fece costruire in seguito anche una rocca, denominata non casualmente Roccabianca, in omaggio all’amata, e per lei giunse addirittura a far coniare delle monete coi simboli delle due casate (leone e giglio). La camera d’Oro è il ritratto ineccepibile e adeguato di un rifugio antico di violati ardori, e chiunque con un po’ di candida innocenza perduta e un lieve spleen poetico può arrivare a legittimarla come sede prediletta di chi, all’epoca, necessitava di un nascondiglio sfarzoso per amarsi senza fronzoli d’apparenza.

Sala della Sera

Ebbene, nelle notti di luna piena quando il silenzio è solo apparentemente padrone del voltafaccia del sole e dei suoi caldi raggi vitali, qualcuno giura di aver avvertito un leggero fruscio d’abito accompagnato da un repentino umido bacio proveniente da un indistinto nulla apparente. Si dice sia Bianca, che quando le luci artificiali si spengono e consentono alle umettate mura del passato di conversare con i numerosi affreschi tinteggiati in ogni angolo di meraviglia, vaga per i corridoi alla ricerca del suo amato. Non ci fu alcun epilogo tragico, non spettò il medesimo destino che toccò a Paolo e Francesca, bensì fortunatamente il finale arrivò a esimere i due amanti dalle dimenticanze eterne senza sofferenze plateali, bensì consegnò loro e i rispettivi repentini ricordi di castello in forma di narrazione alle genti del domani.

Volta della Sala del Vespro

Ritrovarsi a percorrere le sale di un castello è sempre una questione delicata, che molto probabilmente richiede una certa dose di sensibilità e memoria emotiva, la quale anche senza aver mai vissuto in un posto si applica quasi involontariamente per ricreare quel sentore di deja-vu entro le mura stesse. A Torrechiara non è difficile conversare silenziosamente con sè congetturando sulle immaginarie giornate trascorse a suon di goliardie nella Sala della Giocolieri e nemmeno immedesimarsi nei luminosi cieli pullulati da creature volanti su castelli immacolati che animano la Sala della Sera; altresì, osservando da vicino gli affreschi di Cesare Baglione ci si riscopre in un baleno  a spiare nobili affaristi nella Sala degli Stemmi. Monti e boschi abitano la Sala del Vespro, rovine di castelli e vette inclinate verso il cielo caratterizzano le lunette della Sala del Meriggio e gli uccelli esplorano la volta della Sala dell’Aurora.

È incredibile, a pensarci, quanto già nel XV secolo la sensibilità estetica e  il bisogno di esprimere i propri sentimenti all’esterno, tramite la costruzione di dimore e la realizzazione di incredibili e peculiari dipinti anelanti alla libertà e alle fantasie senza doveri, fossero animati dalle stesse pulsioni che tutt’ora scorrono nelle vene di sguazza nel XXI secolo. Il bisogno di personalizzare ciò che circonda sia di bellezza sia di mistero è e sempre sarà un tratto dell’uomo che, volente o nolente, non finirà mai di aggirarsi nei corridoi della notte tentando di baciare il suo riflesso allo specchio.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

 

 

 

 

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