Charles Bukowski, per non accontentarsi facilmente

Sabato 1 giugno il LET'S di Milano dedica una serata imperdibile allo scrittore e alle sue opere

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“Ecco il problema di chi beve: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.”

L’esistenza di Charles Bukowski all’apparenza può rimembrare la trama di un film, i cui protagonisti sono degli scapestrati che sguazzano nel mondo alla ricerca di un ardore che mantenga vivi, tra alcool, donne e sorprese quotidiane. Concretamente, l’idealismo è un conto e condurre realmente un’esistenza di questo tipo sono due cose ben diverse. Bukowski appartiene indubbiamente alla seconda categoria, che fa del realismo sporco un punto cardine.

«A volte ho la sensazione di essere solo al mondo. Altre volte ne sono sicuro».

Nato ad Andernach in Germania, a soli tre anni si trasferisce con la famiglia a Los Angeles. I primi vent’anni sono caratterizzati da una tendenza all’isolamento da parte dei genitori, i quali ottengono però l’effetto opposto: il giovane Bukowski, dapprima timido e poco orientato alla socialità, termina sì il liceo sfuggendo nel frattempo alla leva obbligatoria, non esita a presentare al mondo la versione agli albori del proprio carisma. Non riesce a farsi degli amici affidabili e successivamente entra in giri poco raccomandabili, ma è solo l’inizio.

A vent’anni abbandona definitivamente la dimora famigliare per entrare in quel vortice polveroso che è il mondo, e nel compiere questo passo, Bukowski è semplicemente senza riserve. Non ha soldi, s’inventa lavori e ne cambia tantissimi, uno via l’altro per ricavare il necessario per dell’alcool e i fogli su cui scrivere. Fin dall’inizio, Bukowski è un poeta che nell’esistenza là fuori ci sguazza, nei tramonti americani fintamente lungimiranti e nel puzzo violento delle periferie, negli incontri con chiunque e nella costante scoperta di sè come scrittore.

Come cazzo è possibile che ad un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico, per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l’opportunità di farlo? (Charles Bukowski, “Factotum”)

Story è la prima rivista che crede in Bukowski, seguita poi da altre negli anni successivi. Dopo il matrimonio con una donna che non aveva mai incontrato, Barbara Frye, fu il turno di Post Office. La ricerca della sicurezza e l’aberrante costrizione del dover sottostare entro le anguste barriere di un ufficio oppure di dover scorrazzare a destra e a sinistra come un orologio impazzito, lo portano a domandarsi, esaurito: che senso ha tutto questo? Non sarebbero necessarie, sufficienti e d’obbligo per essere felici Tre metri quadrati tutti per voi senza affitto da pagare, senza conti della luce e del telefono, senza tasse, senza alimenti. Senza tassa di circolazione. Senza multe. Senza fermi per ogni guida in stato di ubriachezza. Cure mediche gratuite. La compagnia di persone con gli stessi interessi? E un gatto, probabilmente: anche Bukowski ne era attratto, ricordando una celebre foto di Jack Kerouac in cui il padre della Beat Generation tiene in braccio un felino dagli occhi più che mai vispi di vita, proprio come il proprietario.

Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire… o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame (Charles Bukowski, “Post Office”)

Com’è possibile che la maggior parte accetti quest’esistenza asettica, scevra di vita in cambio di un po’ di sicurezza e linearità apparente? Non ci sta Henry Chinaski, alter-ego di Bukowski, e nemmeno lo accetta l’editore della Black Sparrow, John Martin, che fu il primo a credere realmente nell’ordinaria follia dello scrittore. Il successo arrivò, le donne (in primis Linda Beighle e Barbara) anche, i gatti e le sbronze lo circondarono fino all’ultimo respiro, ma la verità è che già a sedici anni la morale che riassumeva il non-senso di una vita fintamente eterna e solo apparentemente lineare era chiara; per sopravviverle, o per sfidarla, la soluzione rimane costantemente la medesima:

Per essere uno scrittore istintivamente fai ciò che nutre te e le parole, che ti protegge contro la morte in vita. Per ognuno è una cosa diversa. E per ognuno è una cosa che cambia. Per me una volta significava bere tantissimo, bere fino a uscire pazzo. Mi affilava le parole, le portava fuori. E avevo bisogno di pericolo. Avevo bisogno di mettermi in situazioni pericolose. Con gli uomini. Con le donne. Con le automobili. Con il gioco. Con la fame. Con qualsiasi cosa. Nutriva le parole. Per decenni è stato così. Ora è cambiato. Ora ho bisogno di qualcosa di più sottile, di più invisibile. È una sensazione nell’aria. Parole dette, parole sentite. Cose viste. Qualche bicchiere mi serve sempre. Ma ora cerco le sfumature e le ombre. Le parole mi vengono da cose di cui sono quasi inconsapevole (Charles Bukowski, “Donne”)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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