Diari Immaginari – Fanny Cornforth, la musa “plebea” di Dante Gabriel Rossetti

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Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Fanny Cornforth.

Lucrezia Borgia, 1861

Lucrezia…Bu…Burgia? Ah, no, giusto, Borgia. Chi era mai quella Lucrezia? Questo nome mi ronza in testa da giorni ormai, ma i miei pensieri si fanno ogni ora più lenti e rarefatti. L’ho chiesto al dottore in corridoio «Ma sei tu, mia cara Fanny, sei tu Lucrezia Borgia!» mi ha risposto, con un sorriso beffardo, quel grassone scostumato. Sarò anche sempre più vecchia e smemorata, ma non mi faccio prendere in giro da una palla di grasso laureata. È tutta la vita che ho a che fare con voi, gente istruita, letterati, professionisti. Mi avete sempre definita “volgare”, licentious, ma il vostro disprezzo era solo la maschera del vostro timore. Sì, perché voi mi temevate come se fossi una creatura esotica, un animale feroce e indomabile. La mia pelle era fresca come l’odore dell’erba appena tagliata, i miei occhi torbidi come l’aria fumosa dei sobborghi londinesi. La mia anima non è forte, è rassegnata alla fatica.

Mi gira la testa. Il mio cervello è troppo stanco per contenere tutti questi pensieri. Vorrei riuscire a ricordare il passato nella sua interezza, ma esso guizza a tratti come le bollicine sulla superficie dell’acqua che bolle nel tegame. «A TAVOLAAA» ed ecco ti alzi, goffo e pesante, dalla tua poltrona. Dante ti fai chiamare, come quel poeta italiano, ma il tuo piatto preferito è lo Yorkshire Pudding. Ricordo la volta che te ne mangiasti tre porzioni: avevi la pancia così piena da esserti dovuto sbottonare il panciotto “dai bottoni in fine madreperla delle Indie”.

Found, 1869

Conosco tutte le tue meschinità e le tue debolezze, grande poeta. Ecco, la mia testa sembra seguirmi ora. Sono molto arrabbiata con te. In quel tuo quadro mi hai dipinta come una prostituta che viene salvata dalla strada, io, che ho sempre lavorato onestamente, contando solo sul sudore delle mie braccia, per anni sono stata additata come “la prostituta” che tu avevi salvato. Ma io, io ti ho salvato! Dalla tua profonda depressione dopo la morte di Beth, e non solo. Tutte le buone maniere, l’etichetta, l’affettazione del tuo mondo ti avevano creato intorno una rete opprimente, avevi bisogno di genuinità, di toccare con mano un’esistenza vigorosa e tenace come la mia. Mi dipingevi per possedermi e carpire il segreto della mia salute. La mia figura possente, le mie forme prorompenti ti hanno allontanato dalle donne malinconiche e emaciate che dipingevi da giovincello. Io, Fanny, ero la tua Beatrice terrena e voluttuosa, un angelo, sì, ma del focolare. Negli ultimi tempi ci toccavamo a vicenda i pancioni. Tu eri il mio Rinoceronte, io il tuo Elefante.

Bocca baciata, 1859

Un lampo, qualcosa mi tocca sulla schiena, fa male, brucia come un’ustione. Cos’è questa sensazione? Vedo mio padre, la sua cinta, i suoi occhi irrorati di sangue. Vengo gettata nell’angolo muffito dove butta le bottiglie vuote, alcune sono rotte, mi ferisco il piede, sgorga sangue rosso. SBANG SBANG. Rosso è il ferro che batte sulla sua incudine, rosso il vino che lo fa reggere in piedi, rosse le mie braccia colpite dai suoi pugni, rossa la mia chioma. Via, via da me questi ricordi!

Dante, ecco il segreto: voi artisti cercate il dolore come un assetato cerca una fontana, innalzate la sofferenza a dignità artistica per cercare di comprendere il vostro animo. Io, invece, dimentico il dolore, abbasso la sofferenza a livelli infimi e la nascondo sotto la soddisfazione per un bucato ben riuscito, l’attenzione per il pudding in cottura, l’irritazione per una macchia sul parquet. La mia non è salute, ho solo dato al dolore la stessa importanza che si dà a un reumatismo con cui si convive da anni.

…Sta per arrivare l’infermiera, è l’ora della medicina. Sono stata gettata in questo posto come si fa con i vecchi cenci. Qui posso girare senza sottana, sedermi a gambe aperte e dire parolacce senza che nessuno mi rimproveri. Da quando non ci sei più non ha senso provare ad essere più composta ed educata. Sono sola in questo manicomio, uno sputo della Follia grigio come i miei capelli. Ma è questa inerzia che mi rende folle!

Mi danno le mie pillole e con me aspettano il giorno in cui la morte getterà la mia anima da qualche parte.

Ritratto di Fanny Cornforth realizzato da dante Gabriel Rossetti

Fanny Cornforth (Steyning, 1835 – Londra, 1909) fu modella, amante e domestica di Dante Gabriel Rossetti. Di origini umili, era figlia di un fabbro con problemi di alcolismo. Fu scoperta nel 1858 da Rossetti poco prima del suo matrimonio con la poetessa Elisabeth Siddall e ne divenne la segreta amante. Dopo il suicidio della Siddall, Fanny si trasferì da Rossetti come domestica, aiutandolo ad affrontare la sindrome maniaco-depressiva che lo attanagliava da dopo la morte della moglie. Sebbene fosse da tutti riconosciuta la sua bellezza, gli amici e i parenti dell’artista ne criticarono sempre i suoi modi “plebei”. Posò per opere divenute simbolo della pittura preraffaellita, quali Bocca Baciata (1859) e Lucrezia Borgia (1861). Quando Dante fu colpito da una paralisi che lo avrebbe portato alla morte, Fanny fu fatta allontanare dall’abitazione dai parenti dell’artista. La sua vita proseguì nel totale anonimato, e si concluse nell’Ospedale Graylingwell a Chichester dove,contro la sua volontà , fu fatta chiudere da sua cognata con la diagnosi di “demenza senile”. Alla sua morte, il suo corpo fu gettato in una fossa comune ed il suo nome cadde nell’oblio. Solo recentemente, grazie alla digitalizzazione da parte del Museo di Delaware delle lettere di Dante Gabriel Rossetti a lei indirizzate, si è gettata nuova luce su una musa a lungo dimenticata e sui social si è diffusa la campagna #rememberfanny per realizzare un memoriale e adornare l’area di sepoltura con fiori e panchine.

L’articolo è liberamente ispirato alla vita della protagonista.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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