De Chirico e Savinio: le memorie metafisiche in mostra a Parma

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Il paese si chiama Mamiano di Traversetolo, la villa dei capolavori Magnani-Rocca: a meno di dieci minuti di macchina da Parma è possibile visitare l’allestimento interamente dedicato a Giorgio de Chirico e a Alberto Savinio, fino al 30 giugno.

L’ora ci deruba d’un dono inconcepibile, intimo al punto da esser traducibile solo in sopore, che la veglia dora di sogni, forse pallidi riflessi interrotti dei tesori dell’ombra, d’un mondo intemporale, senza nome, che il giorno deforma nei suoi specchi. Chi sarai questa notte nell’oscuro sonno, dall’altra parte del tuo muro? (Jean Luis Borges ne “Il sogno”)

Piazze d’Italia

Il muro di cui parla Jean Luis Borges è descritto ne Il sogno, e quale miglior parola di un riferimento onirico esprime l’essenza di Giorgio de Chirico? Molti critici ne hanno parlato, identificando nella metafisiche enigmatiche piazze d’Italia il filo diretto tra un pomeriggio d’autunno e l’estasi celestiale dei riverberi estremamente gialli di un’ora pomeridiana. Per capire la genesi di quei ritratti fintamente disadorni quali sono Enigma di un pomeriggio d’autunno (1910) e Enigma della partenza (1914) che suggeriscono estasi ombrose commistionate a manichini dalle vesti plumbee, de Chirico partì nello specifico da un quadro, che più di molti altri rappresenta l’unione e la vittoria di un contrasto cromatico di opposti senza uguali: Prometheus (1882) di Arnold Böcklin.

Arnold Böcklin., “L”isola dei morti” (1880-1886)

L’opera dell’artista svizzero catturò immediatamente l’attenzione di de Chirico, il quale ne commentò così nel 1920: «La prima volta che vidi la riproduzione di un suo quadro ero soltanto un bambino. Interpreta meravigliosamente l’aspetto della divinità gigante scesa ad abitare la terra». Poco più di vent’anni dopo, una personale rielaborazione di de Chirico mise in scena un titano intento a minacciare con lo sguardo le sferzanti orde di violacee nuvole, che nei primordiali colori accesi  in accordo coi mari cenerei inneggianti tempeste imminenti sfidano l’uomo e i suoi miti in un assetto mistico.

L’opera di Böcklin ricorda il capolavoro L”isola dei morti (1880-1886), mentre de Chirico nel 1909 rimise in scena Prometheus evocando cupi sospiri e frastagliati lamenti che s’odono tra gli spumeggianti gorgoglii bianchi che annunciano la rivolta del mare e lo stiracchiarsi dei fili d’erba in balìa del vento dal mantello tempestoso e furibondo d’ira, con uno spiraglio di luce.

Alberto Savinio, La vedova (The Widow), 1931

Un altro attento osservatore del colore grigio acidulo della spuma del mare e della gamma di blu smerigliati che cingono il finire dello strapiombo, con la frastornante illusione prospettica di sirene cullanti sul ciglio dell’abisso, fu Alberto Savinio, il quale nel 1929 realizzò una sua versione di Prometheus. Tre artisti e tre reinterpretazioni del medesimo tema, a conferma che la mitologia con le sue apparenze e l’infinita vastità dei suoi dialoghi interni non sarà mai un ricordo sbiadito di antiche saggezze superate, bensì una costante presenza più che pregnante e pulsante consigliera anche nella modernità. Savinio disegna molto più spesso simbologie geometriche, con allegorie e metafore di una vastità infinita, adoperando differenti colori e quasi mai tinte unite.

Giorgio de Chirico, “Archeologi” (1965)

La medesima operazione avviene per la consistente serie di schizzi dedicati alle pièce teatrali, con le preparazioni minuziose di ogni personaggio agghindato doverosamente con tutti gli accorgimenti necessari e le successive rifiniture. In contrasto con ciò, i due fratelli ritraggono la paura primordiale delle notti senza luce, quando la luna finge di salvare i cuori stupiti con quel chiarore infingardo che è protagonista di Comme la lune (1945) e Vita dell’uomo savio. In entrambi i casi, l’occhio sorvola sulla scena interna e incontra l’evidenza di questa presenza eterna, che oltre il tempo e le sicurezze apparenti rimarrà una costante senza eguali nel consigliare l’uomo (basti pensare alle conversazioni notturni di Romeo e Giulietta o ai protagonisti dei romanzi di Goethe) e illuderlo di sibilline consolazioni.

Le tende, per quanto elegantemente rifinite e ricche di preziosi dettagli, possono spalancare la finestra a epifanie originali senza però riuscire nell’intento di arginare la solitudine che abita le piazze della mente umana quando si trova sola con se stessa.

De Chirico e Savinio descrivono con tecniche diversi e a tratti simili il remoto passato che plasma i pensieri di oggi e al contempo giocano ad azzardare gli indovinelli del domani, che nelle menti degli uomini frullano costantemente senza sosta. Insieme a loro, la villa ospita anche la collezione di Luigi Magnani, con opere dal XII secolo al XX: c’è un Monet oltre ad alcune tele di Cezanne, una statua di Canova oltre a diversi de Pisis, Carrà, Guttuso e numerosi Morandi. Inoltre, nel giardino è possibile imbattersi in alcuni pavoni, i quali con le loro ruote candidamente bianche o curiosamente verdi e blu conferiscono una regalità senza tempo a una villa che, a pochi metri da Parma, regala un contornato di eleganza rara e imperdibile ai giorni nostri.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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