Orson Welles, ovvero il cinema (e la vita)

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Un giovane Welles alla radio

La vita, si sa, si riduce a pochi attimi, alcuni istanti che si ricordano in un’intera esistenza (dettagli, un braccio, un’emozione, un sapore, un profumo) anche quando sorte voglia che si giunga all’età senile, persino quando questa vita è stata prodiga di emozioni, persone, amori, successi, disgrazie, viaggi, fortune e sfortune, lussi, dolori, anche quando ci si chiama William Randolph Hearst, oppure Charles Foster Kane. O anche quando si è Orson Welles.

La vita, poi, se ha un senso, deve senza dubbio essere quello dell’umorismo: perché quella di George Orson Welles (Kenosha, 6 maggio 1915 – Los Angeles, 10 ottobre 1985) è stata una vita sufficientemente lunga e comunque costellata di fatti e successi, una delle tante biografie di vita romanzesca – o meglio, filmica – in cui dal punto di vista cinematografico spiccano due Oscar (uno per la sceneggiatura di Citizen Kane nel 1942, ed uno alla carriera nel 1971), la Palma d’oro a Cannes. Meno materici ma verosimilmente più moralmente importanti, il fatto che il British Film Instiute lo insignì dell’alloro virtuale di miglior regista della storia del cinema (2002), e che i colleghi dell’American Film Instiute lo inseriscano al 16esimo posto tra le più grandi star della storia del cinema.

La locandina di Quarto Potere in Italia

«Quando arrivai a Dublino dovetti vendere l’asino all’asta, ed anche me stesso. Penso che avrei potuto trovare un onesto lavoro come giardiniere o lavapiatti: purtroppo diventai attore», dirà Welles del suo trasferimento in Irlanda nel 1931: a quel punto, aveva già perso la madre nel 1924 ed il padre nel 1930, si era diplomato alla Todd School del professor Roger Hill che Welles poi citerà sempre come proprio maestro relativamente all’intera carriera, aveva diretto spettacoli teatrali all’età di dieci anni. Il viaggio in Irlanda doveva essere un giro artistico finalizzato a sfondare nel mondo della pittura: finiti i soldi, l’eclettico sedicenne che era Orson decide di darsi nuovamente al teatro, ottiene un ingaggio, nel corso di due anni recita e dirige, gli viene rifiutato il permesso di lavoro a Londra, rientra negli Stati Uniti, si dà agli studi shakespeariani, si sposa a 19 anni e nello stesso anno realizza il suo primo cortometraggio intitolato The Hearts of Age. Quest’ultimo, in cui interpreta una Morte grottesca, è film muto in 16mm ispirato ai registi del surrealismo francese: in 4 minuti, un Orson Welles diciannovenne pone tutte le fondamenta del suo lavoro futuro, quello che lo porterà ad essere giudicato il regista migliore di tutti i tempi e ad essere alla base dell’’ispirazione che portò i creatori di Mork e Mindy (con un giovanissimo ma già allora straordinario Robin Williams) a chiamare Orson il “capo missione” di Mork, con cui lo stralunato alieno comunica quotidianamente via radio.

Dopo, alla fine, c’è veramente di tutto, tanto da giustificare premi e biografie, e torri di Babele fatte di biografie e studi: attore e regista cinematografico e di teatro, che spazia dal racconto giallo dell’Infernale Quinlan alla fruttifera vena shakespeariana, passando per l’amore per la radio e condendo il tutto con equilibrismi personali al fine di poter realizzare i propri progetti. Ma è d’uopo che ci fermiamo, perché Orson Welles, non può essere trattato alla tregua di chiunque, fosse anche un chiunque straordinario. Perché possiamo sempre approfondire, dilungarci ed elencare, ma a ben vedere quanto è di basilare nella vita di Orson si consuma entro i primi 26 anni di vita, e i due punti principali a 23 e, appunto, ventisei anni.

Tycoon della comunicazione, il cittadino Kane

Ci stiamo riferendo, ovviamente, alla trasmissione radiofonica La guerra dei mondi, celeberrimo sceneggiato radiofonico trasmesso il 30 ottobre del 1938 dalla CBS negli Stati Uniti. Come noto, Orson Welles, che era anche regista e produttore, adattò il romanzo di fantascienza del suo quasi omonimo H. G. Wells, e lo interpretò in modo tale da dare l’impressione che quella fosse la cronaca reale in presa diretta di un’autentica invasione aliena. Non si inventa nulla, lo ripetiamo sempre: l’escamotage letterario del finto ritrovamento di documenti autentici ha trovato epigoni quali l’horror The Blair Witch Project, o il fantascientifico Cloverfield: con la sua interpretazione, Welles seminò il panico in quanti, incuranti degli avvisi pre- e post- trasmissione, credettero alla veridicità di quanto usciva dalla radio e consegnò Welles alla notorietà.

«Avevamo sottovalutato l’estensione della vena di follia della nostra America», disse poi Welles a distanza di anni: intanto, la notorietà si era già ampiamente solidificata in fama imperitura, già grazie al solo Quarto Potere. Ma cosa ci fa dire che la vita di Orson Welles si condensa in quei pochi fatti, o istanti che dir si voglia, che abbiamo citato? Welles stesso, naturalmente, e Quarto Potere, che non è la biografia liberamente interpretata di un magnate: meglio, lo è, ma finalizzata al solo scopo di mostrare come anche le vite più piene e straordinarie si riducano, in conclusione, alla ricerca di qualcosa che abbiamo avuto soltanto nell’infanzia, che siamo destinati a perdere ed a rimpiangere per sempre. In punto di morte, il magnate dell’editoria Charles Foster Kane pronuncia una parola dal significato misterioso, «Rosabella» (o, originariamente, «Rosebud»), un nome femminile su cui il film, attraverso un giornalista, indaga per cercare di scoprirne il significato.

Rosebud

Senza riuscirci, naturalmente: Rosebud torna alla mente di Kane nel vedere una palla di vetro con la neve, perché è la slitta che fu costretto ad abbandonare quando venne allontanato dai genitori per venire affidato ad una sorta di istitutore. Alla fine, morto Kane la slitta viene considerata un oggetto inutile e bruciata in un caminetto, in una inquadratura straziantemente simbolica della fine di tutte le velleità, dell’arroganza, dell’esistenza. Avremmo la capacità di disquisire sulla natura di questo oggetto dal nome di donna, anche istituire ipotetici paralleli con Donald Trump attualizzando il tutto, analizzare il fil rouge costituito dai puzzle che ritornano nella pellicola,  parlare del potere del trauma infantile, della mancanza di amore che poi viene confuso col possesso, o chiederci come mai Francois Truffaut disse «Appartengo a una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto potere», e molto altro ancora.

Il mondo in una palla di vetro

Ma oggi non ci interessa Donald Trump e nemmeno Truffaut, ché se divagassimo o approfondissimo dimostreremmo solo di non aver capito la lezione, immensa, poetica ed universale, di Orson Welles e di Rosebud: perché a noi, che trascorriamo le nostre intere esistenze facendo tutto al solo scopo di essere amati, di solito senza riuscirci, a noi alla fine non rimangono che pochi istanti di ricordi e, se va bene, una Rosebud da rimpiangere.

E io, io non smetterò mai di chiedermi quale fosse realmente la Rosebud di Orson Welles.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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