«Cadde, risorse e giacque»: Napoleone Bonaparte

0 1.569

Napoleone Bonaparte: un nome che chiunque conosce, che è risuonato in tutta Europa a cavallo di due secoli, un «uom fatale» come lo definì Alessandro Manzoni nella sua famosa ode Il cinque maggio.

Il 15 agosto del 1769, ad Ajaccio, in una famiglia piccolo borghese còrsa, venne alla luce Napoleone Bonaparte. Soprannominato “il piccolo caporale”, è stato definito da alcuni come boia e usurpatore e da altri come «l’incomparabile maestro dell’arte della guerra». Che lo si veda come un mito o come un tiranno, la sua grandezza e la sua importanza storica rimangono innegabili; «ai posteri l’ardua sentenza» scrisse Manzoni nel 1821; oggi a quasi duecento anni dalla sua morte, la sentenza va pronunciata.

Jacques-Louis David, Napoleone attraversa le Alpi

Napoleone partecipa alla Rivoluzione Francese all’età di 20 anni con posizioni giacobine, vicino a Robespierre, nella quale inizia la sua incredibile carriera militare che lo porterà presto al grado di generale. Da quel momento comincia a raccogliere successi: nel 1796 con la Campagna d’Italia sconfigge le truppe austro-piemontesi e fonda le Repubbliche Cispadana e Cisalpina, sul modello rivoluzionario francese; tecnica che adotterà anche nelle future conquiste. Dopo questa esportazione della rivoluzione (concetto che più di cent’anni dopo sarà al centro di un altro periodo post-rivoluzionario, quello russo) inizia la sua lunga guerra con il Regno Unito con le sue mitiche battaglie come Trafalgar e Austerlitz, tentando di tagliare i collegamenti degli inglesi con l’Oriente.

Infatti Napoleone, da geniale stratega militare qual era, fu il primo a comprendere l’importanza dei tre lucchetti del Mediterraneo: Malta, Gibilterra e Suez, che donano l’accesso e il controllo di questo territorio fondamentale. Napoleone occupa quindi Malta, nel 1798 sconfigge gli egiziani al Cairo e completa la sua ascesa «dall’Alpi alle Piramidi», mentre per il Manzanarre e il Reno bisognerà attendere fino agli anni Dieci dell’Ottocento.

A soli 35 anni viene incoronato Imperatore dei Francesi e un anno dopo Re d’Italia. Fino al 1812 Napoleone è padrone incontrastato in Europa e domina quasi tutto il continente; ma proprio al culmine del suo potere il grande stratega fa il passo più lungo della gamba: a giugno da il via alla Campagna di Russia che, come noto e come Čajkovskij non mancherà di sottolineare nella sua Ouverture 1812, sarà fallimentare. I soldati francesi colti dal rigido inverno e sorpresi dalla grande resistenza dei russi vengono sconfitti duramente; nel 1813 Napoleone è abbandonato dalla borghesia e sconfitto a Lipsia anche dagli austriaci e dai prussiani.

Ma la storia di questo incredibile personaggio insegna anche a non arrendersi: Napoleone Bonaparte «cadde, risorse e giacque». Dopo l’abdicazione ritornò per i suoi ultimi famosi 100 giorni al potere fino alla sconfitta finale di Waterloo, per mano degli inglesi e dei prussiani nel 1815.

Muore il 5 maggio 1821.

Intorno alla figura di Napoleone ruotano talmente tanti elementi storici, bellici, culturali e talmente tanti aneddoti che un riassunto di tutto ciò che quest’uomo è stato risulterebbe comunque riduttivo. Basti pensare alle analogie con Hitler e la Seconda Guerra Mondiale o al tentativo di subordinazione musicale e culturale che Napoleone tentò, provando a convincere Beethoven (inizialmente ispiratosi alla sua grandezza per la sua Terza Sinfonia, l’Eroica) a lasciare l’Austria per comprendere quanti aspetti e quanti campi toccò la storia di Napoleone. Il lato oscuro della sua ascesa è testimoniato da varie opere: una su tutte Il 3 maggio 1808 di Francisco Goya, che mostra con straziante romanticismo le esecuzioni delle truppe napoleoniche in Spagna; la sua grandezza invece è ricordata in tutti i libri di storia moderna e storia bellica.

Noi, i posteri, non siamo ancora riusciti a capire se «fu vera gloria» oppure no. Possiamo solo dire che fu storia, un fondamentale pezzo di storia incarnato in un francese di 1,69 m di altezza, che cambiò il mondo in soli 51 anni di vita.

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fè silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo dè manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.