Il peccato maggiore? La superficialità, parola di Oscar Wilde (e Facebook nemmeno c’era)

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Non desta meraviglia che a pronunciare un aforisma come quello del titolo sia stato uno specialista dell’aforisma e contemporaneamente un dandy-esteta quale Oscar Wilde. Nella sua secca compiutezza, infatti, la massima di cui al titolo lascia spazio a molteplici considerazioni, tra le quali una spicca su tutte: si tratta di una frase molto superficiale. Ma, conoscendo la brillantezza intellettuale e lo spirito di Wilde, senza dubbio la superficialità insita in tale motto non può essere sfuggita al genio irlandese, che perciò non l’ha pronunciata superficialmente, ma conscio della sua superficialità l’ha resa altresì alquanto profonda.

sinonimi-di-superficialitàVenendo a spiegarci, l’aforisma altro non è che la versione intellettuale e un po’ altezzosa del proverbio, e i proverbi, cosa nota, dicono tutto ed il contrario di tutto: chi va piano va sano e va lontano, ma chi segue gli altri non arriva mai primo. Non è il caso qui di dilungarci in elenchi di raffronti sinottici, giacché basta sforzare un po’ le meningi per accorgersi che la saggezza popolare è intrinsecamente contraddittoria.
Il fatto che una sentenza lapidaria venga pronunciata da un filosofo tedesco piuttosto che da un contadino della Valsugana non rende una frase di poche parole monocromatiche meno superficiale: «se qualcosa può andare male, lo farà» è la famosissima Legge di Murphy che ha dato nuova vita alla specialità letteraria dell’aforisma, generando una serie di epigoni più o meno evoluti, ed ereditando (spesso usurpando, in realtà) il ruolo di veri e propri specialisti come appunto Wilde, ma anche La Rochefoucauld e Karl Kraus. Di quest’ultimo, l’opera più interessante è una raccolta di aforismi appunto, slegati da qualsiasi contesto, che brillantemente si intitola Detti e contraddetti, il che la dice assai lunga sul fatto che l’autore stesso delle sentenze si rendeva conto che cercare la verità assoluta ed illuminante in una singola frase è, quantomeno, superficiale. La Legge di Murphy ne è una prova brillante: ogni cosa infatti può, in realtà, andare male, ma è evidente che non tutto va male, anzi; la frase, da lapidaria ed illuminante sentenza diventa un paradosso a livello di Achille e la tartaruga. Nondimeno, la forma dell’aforisma è accattivante e seducente, e la sostanza della sua superficialità passa in secondo piano mentre la forma penetrante come uno slogan pubblicitario penetra a fondo nelle nostre menti e nel nostro immaginario.

In tal modo, si vede nella giusta prospettiva la frase di Wilde: la superficialità è senza dubbio un male, poiché ha conseguenze sul giudizio che diamo su persone e fatti, vedendoli così in una prospettiva distorta e (almeno potenzialmente) generando comportamenti erronei e/o distruttivi in effetti domino o farfalla. Ancora, un giudizio superficiale relega Van Gogh a livello di imbrattatele mentre è in vita e priva anzitempo il mondo di un genio: la superficialità umilia il genio e l’arte e la bellezza, crea fraintendimenti e sminuisce i rapporti umani. Un grande amore vissuto in maniera superficiale si trasforma facilmente in un flirt estivo.

Ancora, un giudizio superficiale del medico implica la sottovalutazione della malattia e la morte del paziente, un giudizio superficiale di un tecnico non nota le crepe nel muro e non previene il crollo di una palazzina: da un livello teoretico siamo passati ad uno schiettamente pratico, e nel non voler ancora una volta ridurre il ragionamento ad una raccolta di esempi (Ennio Flaiano diceva «Se ci spieghiamo con esempi, non capisco più nulla»), notiamo che siamo caduti nella cronaca pressoché quotidiana di malasanità, mala-edilizia e via discorrendo, tutti esempi di – anche – superficialità stolida e colpevole.

f2931085cad24abb01c63087e4259aeb_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy (1)Ma la superficialità fa parte del nostro quotidiano: insita nell’animo umano è la facoltà di dare giudizi tranchant senza avere dati sufficienti, addirittura su persone e soprattutto personaggi che abbiamo l’illusione/presunzione di conoscere a fondo solo per averne una epidermica percezione via web o televisiva. Fenomeno, quest’ultimo, iniziato con la televisione in genere (“Lo ha detto la tivù”) e proseguito in modo eclatante con le soap: i più anzianotti ricorderanno le campagne di odio (il termine haters non era ancora di moda) contro il J.R. di Dallas, e Larry Hagman veniva confuso col personaggio. Le masse, ben lo sapeva Goebbels, non hanno grandi capacità di discernimento, ma mentre una soap aveva comunque un impatto episodico, oggi il problema ha diffusione capillare: non tanto per il fenomeno delle fake news (che sono disinformazione intenzionale), quanto per l’attribuzione di attendibilità a fonti che sono il trionfo del pressapochismo, del velleitarismo, del dilettantismo e della mancanza di approfondimento, come Wikipedia, che  (struttura sintattica a parte) presenta troppo spesso come fatti delle semplici opinioni di persone senza particolari qualifiche.

A differenza del pregiudizio, della superficialità non si può probabilmente trovare nulla di buono da dire e che sia un male – o vizio che dir si voglia – è praticamente un’ovvietà. Dire che essa è il peggiore dei mali è un’assolutizzazione iperbolica che non ha senso, poiché di mali nel mondo ve ne sono innumerevoli e terribili, e non ha senso ascrivere alla superficialità la palma di peggiore. Certo però è che, col suo aforisma, Wilde ha posto la superficialità sotto l’obiettivo di un microscopio, ed innesta una serie di ragionamenti che, auspicabilmente, possono essere tutt’altro che superficiali. Wilde è così riuscito ad elaborare un aforisma profondamente superficiale, e superficialmente (perché non da tutti visibile d’acchito) profondo: un risultato che non si può definire superficiale, in ogni caso.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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