Novalis: per una poesia progressiva, filosofica e incompiuta

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Il romanticismo tedesco e, soprattutto, europeo non sarebbero stati gli stessi senza la voce di Novalis, pseudonimo di Friedrich, Freiherr von Hardenberg (Castello di Oberwiestedt, 2 maggio 1772 – Weißenfels, 25 marzo 1801). Perché Novalis riveste un ruolo così significativo nel contesto della letteratura europea e tedesca? Per comprenderlo esaminiamo il suo contesto familiare, la sua poesia, la sua riflessione poetologica e l’influenza che egli ha avuto in seguito.

Friedrich Hardenberg nacque secondo di undici figli da Auguste Bernhardine von Bölzig e Heinrich Ulrich Erasmus von Hardenberg. Frequentato il ginnasio luterano di Eisleben (la città natale di Lutero), si laurea a pieni voti in giurisprudenza a Wittenberg. Perché il contesto familiare di Novalis è importante? Egli era cresciuto in una devota famiglia pietista. Il pietismo è una espressione molto interiorizzata e molto più spirituale del luteranesimo (anche un altro celebre protagonista del romanticismo europeo, il filosofo danese Søren Aabye Kierkegaard era un devoto pietista). È significativo notare questo dettaglio perché l’opera di Novalis si contraddistingue per la sua vena fortemente spirituale e interiore. Il poeta diventa uno dei principali animatori del circolo di Jena, il primo cenacolo del romanticismo tedesco, frequentato da intellettuali del calibro dei fratelli Schlegel e Ludwig Tieck. È in questo fecondo ambiente dal punto di vista letterario e culturale che il giovane scrittore muove i primi passi: egli sceglie di chiamarsi Novalis in quanto il suo scopo è quello di agire come un innovatore sulla poesia dell’epoca. La sua opera poetica riesce proprio in questo intento: l’Europa classicista viene via via sostituita da un’Europa medioevale, fantasiosa e fiabesca, che intende andare oltre la narrazione razionalista dell’Illuminismo. Lo stato di minorità da cui l’umanità può emanciparsi grazie alla ragione teorizzato da Kant viene adesso sostituito, come vedremo, dalla riflessione sulla morte e dal vagheggiamento fantastico di Novalis.

Il giovane poeta sassone dedica alla sua fidanzata Sophie von Kühn gli Hymen an die Nacht (1800, Inni alla notte). Ciò che contraddistingue questi sei anni è il tema: Sophie, la fidanzata appena quindicenne di Novalis morta di tisi, diventa la mediatrice per poter raggiungere Dio. La figura della donna amata non è lontana dalla Beatrice dantesca, a cui si aggiungono anche tratti erotizzanti. L’esperienza poetica del giovane Friedrich si realizza grazie alla notte: la notte trascende l’esperienza del giorno e della luce, per diventare un apofantismo melanconico tale da permettergli di riunirsi alla realtà. Ecco la poesia progressiva di Novalis: un’incessante dialettica tra vita e morte che si articola in sei inni, che porteranno il giovane scrittore a rivedere la giovanissima e amata Sophie, un Bildungsroman dal sapore quasi evangelico che fa sì che il poeta possa raccontare agli altri la sua esperienza.

L’altra opera capitale di Novalis è senza ombra di dubbio Heinrich von Ofterdingen (postumo 1802, Enrico di Ofterdingen), la quale permette al giovane scrittore tedesco di introdurre due concetti fondamentali: la Sehnsucht, l’anelito verso l’infinito e il tutto, che si traduce nel fiore azzurro, il correlativo, dicendola con Eliot, della nuova condizione dell’uomo. Come è già stato detto non esistono più l’assolata razionalità classica, ma la notte dell’alto Medioevo, di cui Heinrich ne è rappresentante. Come spesso accade per la letteratura romantica, l’Ofterdingen novalisiano è rimasto incompiuto, perché il poeta è, come evocativamente suggerito da Shelley, è sottoposto all’azione dell’influenza poetica che, come un carbone, si accende e si spegne. Al fiore azzurro di Novalis renderanno omaggio Kandinskij e Franz Marc col loro Der Blaue Reiter, il cavaliere azzurro che indica la spiritualità nell’uomo. Mi piace notare la somiglianza tra Novalis e Kierkegaard: innovatori della propria epoca, il primo con una poesia personale e filosofica, il secondo con una teologia che sembra invitare alla scelta, ma che in realtà ha già compiuto tale scelta. Novalis e Kierkegaard vivono la stessa fede pietista e la sofferenza per il distacco dalla donna amata (ancora più sofferente nel filosofo danese in quanto la sua vita complicata lo spinse a lasciare l’amata Regine).

Con un certo dispiacere segnalo il saggio di Novalis Die Christenheit oder Europa (1799, La Cristianità o Europa), un saggio reazionario dove l’autore non fa mistero di vedere di cattivo occhio la Riforma e la Rivoluzione francese, responsabili di aver rotto l’equilibrio e la pace dell’Europa medievale e cattolica. Un vero peccato per un poeta che ha rinnovato la letteratura europea aprendo le porte al romanticismo.

Concludo queste riflessioni con un aforisma di Novalis, che indica la possibilità e la transitorietà dell’esistenza, perché niente è già stabilito:

Zur Welt suchen wir den Entwurf – dieser Entwurf sind wir selbst.

Cerchiamo un progetto nel mondo – questo progetto siamo noi stessi.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCUltura 

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