L’eterna giovinezza de “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde

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Siamo nel 1890, ormai ben oltre gli spasmi d’ambizione insoddisfatta di Madame Bovary, protagonista dell’omonimo romanzo di Gustave Flaubert (Madame Bovary, 1856), e ben oltre le atmosfere scandalosamente morbose e sensuali di Les fleurs du mal di Charles Baudelaire (1857). Da qualche decennio, gli artisti hanno ormai perso la propria aureola, come lo stesso Baudelaire racconta in Le Spleen de Paris (1869):

Poco fa, mentre attraversavo il boulevard, in gran fretta, […] la mia aureola, durante un movimento brusco, mi è caduta dalla testa finendo nel fango del macadam.

In lingua originale:

Tout à l’heure, comme je traversais le boulevard, en grande hâte, […] mon auréole dans un mouvement brusque a glissé de ma tête dans la fange du macadam.

Oscar Wilde, autore de "Il ritratto di Dorian Gray"
Oscar Wilde, autore de “Il ritratto di Dorian Gray”

L’artista non è fatto per la velocità: nelle strade trafficate di fine secolo è un pesce fuor d’acqua.

Il mondo vorticoso della recente industrializzazione urbana non ha più tempo per la contemplazione richiesta dall’arte; il suo sistema sociale non ha più bisogno degli artisti, e li respinge come emarginati sociali. E infatti, dov’è il Poeta quando perde l’aureola? È appena uscito da un bordello: l’Arte, prima sublime dea, scende dall’Olimpo e va a rifugiarsi nei bassifondi delle città. La sua bellezza non soddisfa più i requisiti utilitaristici della nuova civiltà.

Sono questi gli antefatti culturali che precedono la conclusione lapidaria enunciata nella prefazione de Il ritratto di Dorian Gray, pubblicato la prima volta il 20 giugno 1890: «All art is quite useless», ovvero: «Tutta l’arte è completamente inutile». La prefazione fu aggiunta all’opera solo nel 1891, ma è la chiave per decifrare il significato dell’intero romanzo. L’opera rivendica infatti l’orgoglio dell’artista di avere dedicato la propria vita all’Arte, una scelta simbolica e di rottura in un mondo che denigra ed emargina tutto ciò che non abbia un’immediata ricaduta economica. La moralità di facciata, che non è altro che una copertura per i laidi meccanismi produttivi della società vittoriana, è ferocemente contestata. Oscar Wilde infatti dichiara: «There is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written. That is all» («Non esiste una cosa come un libro morale o uno immorale. I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto»). Probabilmente si riferiva a tutta quella letteratura di largo consumo e basso valore che circolava all’epoca: morale sì, ma evidentemente di infima qualità (se questo vi fa pensare a fenomeni editoriali di bassa lega ancora presenti ai giorni nostri, beh, credo siate nel giusto).

Ben Barnes nel film “Dorian Gray” diretto da Oliver Parker (2009)

Per avvalorare la difesa dell’esistenza dell’arte, Wilde sceglie di evidenziarne l’incontrovertibile bellezza. E proprio alla bellezza dell’Arte lui consacra la sua vita, come lo fa Dorian, il protagonista del romanzo. L’autore ha infatti deciso di raccontare, nella sua opera polemicamente anti-borghese, la storia di un giovane destinato a non invecchiare mai, quasi personificazione dell’Arte che ha prodotto opere immortali. Dorian Gray, un ragazzo di straordinaria bellezza ed eleganza che meraviglia chiunque con la sua presenza, rappresenta probabilmente il fascino ammaliante esercitato dall’armonia eterna e perfetta tipica, ad esempio, della statuaria greca. Tuttavia, Dorian sa benissimo che la propria carne non ha la stessa durabilità dei marmi lavorati dagli antichi scultori; per ottenerla, novello Faust, cede la propria anima al demonio: da quel momento, ad invecchiare al posto suo sarà un ritratto che lo rappresenta. Pur commettendo i peggiori crimini e abbandonandosi ai piaceri più dissoluti, il suo splendore e la sua purezza di gioventù non vengono scalfiti.

Quanti di noi oggi sarebbero disposti a stringere questo patto pur di rimanere per sempre belli, e giovani, e carichi di vita? Basta contare quanti selfie ci facciamo ogni giorno: ognuno di essi un piccolo autoritratto che vorremmo eternasse i nostri momenti particolarmente piacevoli, o un nostro look particolarmente ben riuscito. Ebbene, quella serie di selfie che ogni giorno (o quasi) ci scattiamo derivano dalla stessa vanità che ebbe il protagonista del romanzo di Wilde: rendersi eterno nella propria bellezza.

Hurd Hatfield interpreta Dorian Gray in “The Picture of Dorian Gray” di Albert Lewin (1945)

Come mai questa corsa a una bellezza senz’anima? Oscar Wilde la approva o la condanna? La risposta non esiste. L’autore si dichiara infatti estraneo ad ogni tipo di giudizio morale. Nella storia che racconta, sembra semplicemente descrivere l’immenso stupore, nonché l’eterna sconfitta dell’uomo al cospetto dell’Arte: non può sfidarla, altrimenti ne verrebbe schiacciato. Eppure, non può nemmeno farne a meno: ne è attratto, ma deve limitarsi ad ammirarla. Infatti, niente può eguagliare la suprema estasi a cui l’Arte può condurre. Ma la borghesia trionfante in quegli anni, che crocifiggerà lo stesso Wilde per «volgare indecenza» (e questo per la sua omosessualità), è incapace di estasi, essendo invece tronfia in un’immobile stasi di sordo benessere.

Nel clima disincantato di fine Ottocento il concetto greco di kalokagathìa, ovvero di perfezione fisica e morale dell’uomo, tramonta definitivamente; tuttavia, l’autore sembra esprimerne una disperata nostalgia. Ebbene, l’uomo «perfetto moralmente», interpretato nel senso di «moralità» ipocrita e abbruttente che ha caratterizzato l’età vittoriana, esiste, ma non può avere l’interesse e il fascino della bellezza, perché si conforma a canoni stereotipati che hanno solamente un valore utilitario. Invece, l’uomo con un’alta sensibilità estetica, contemplativo, sperimentatore dell’estasi dei sensi e delle arti, non poteva trovare posto nel regno dell’industrializzazione; era dunque respinto dalla moralità collettiva.

Tuttavia, non credo che Oscar Wilde rinnegasse in toto il concetto di moralità; credo piuttosto che il suo amore per lo scandalo fosse l’arma affilatissima, sebbene non risolutiva, per combattere il conformismo bigotto che appiattisce l’identità umana. Oscar Wilde ha rivendicato l’estro artistico come bandiera di libertà da una realtà impoverita e sterile, che non sa più trovare, né cercare, la bellezza.

Helmut Berger nei panni di Dorian Gray nel film “The Sins of Dorian Gray” di Massimo Dallamano (1970)

Un’ultima questione: cos’è questo romanzo per il lettore? Leggere Dorian Gray è un esercizio di rieducazione alla sensibilità estetica e contemplativa: quante sezioni descrittive vi troviamo! E quanto stupore per ogni singolo dettaglio di armonia nella natura: l’odore delle rose, la dolcezza del miele, il suono dell’organo. Quasi uno slancio altruistico verso la bellezza che c’è fuori di noi: insomma, un anelito al Bello che guarisce dalla vanità, se rivolto verso gli altri e non verso noi stessi.

Questo libro ha parecchi livelli nascosti interpretabili in maniere sempre diverse e a volte discordanti. Non modella un’unica verità, ma ne convalida molte. Non mi resta dunque che lasciarvi alla lettura di quest’opera caleidoscopica, sublime e tragica, delicata e terribile: ogni volta che la si legge, le sensazioni provate rispetto a situazioni e personaggi saranno sempre diverse, ribelli e irriducibili ad un’univoca interpretazione.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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