Walter Benjamin e la nascita della Pop Art (filosoficamente parlando)

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La nascita della pop art viene collocata genericamente intorno alla metà degli anni ’50. Nel 1936, Walter Benjamin pubblica il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, sostanzialmente una ventina d’anni prima della nascita del Movimento artistico che di una simile riproducibilità avrebbe fatto il proprio manifesto programmatico.

Walter Benjamin e la nascita della pop art (filosoficamente parlando)
La tessera alla Biblioteca di W. Benjamin

Noi, in via programmatica, possiamo invece dare per acclarato che propria del genio è la capacità di precorrere i tempi, caratteristica che si pone sotto il segno della rarità tanto quanto la vera opera d’arte. Basterebbe questo, in definitiva, per capire quale possa essere stata la grandezza del filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco, il cui nome completo era Walter Bendix Schoenflies Benjamin, nato il 15 luglio del 1892 a Berlino. 

In realtà, naturalmente, la penetrazione di Benjamin nel tessuto culturale della propria epoca fu assai più profonda: in particolare, stiamo parlando di un giovane filosofo che negli anni tra il 1920 (a soli 28 anni quindi) ed il 1927 scrive Per la critica della violenza, Il compito del traduttore, Saggio su Le affinità elettive di Goethe e Il dramma barocco tedesco, opera quest’ultima di notevole complessità. Sulla biografia di Benjamin pesano anche i rapporti intellettuali e le amicizie: già amico del poeta Heinle, nel stessi anni ’20 conosce e collabora con Ernst Bloch, Franz Rosenzweig, Theodor W. Adorno ed Erich Fromm, mentre nel 1928 fa il fondamentale incontro con  Bertolt Brecht.

Degli anni ’30 sono invece il Leskov, un saggio su Kafka ed uno su Baudelaire ed il sopra citato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro.

Walter Benjamin e la nascita della pop art (filosoficamente parlando)Benjamin sostiene che all’inizio del XX secolo l’introduzione di nuove tecniche per produrre, riprodurre e diffondere, a livello di massa, l’opera d’arte ha radicalmente cambiato l’atteggiamento verso l’arte sia degli artisti sia del pubblico. Benjamin intreccia in effetti in questo saggio due temi, cioè la riflessione sul rapporto tra arte e tecnica e la fruizione dell’opera d’arte nella società di massa.

Laddove però Andy Warhol svolgerà questi due temi in chiave economica ed emotiva nel senso della cultura di massa, rivelando tra le altre cose il senso dell’alienazione della società, Benjamin si concentra sull’aspetto “politico” del problema; stabilitosi a Parigi, nel settembre del 1939, allo scoppio della guerra, viene internato in un campo di lavori forzati in quanto cittadino tedesco. Benjamin quindi elabora una visione secondo la quale alcune caratteristiche tradizionali dell’arte, cioè i concetti di creatività, genio, valore eterno e mistero, possano essere utilizzate dai totalitarismi in quanto sembrano recidere l’arte dal suo legame con la vita quotidiana e con le condizioni concrete dell’esistenza, escludendo dalla sua fruizione le persone comuni. Al contrario, i totalitarismi sembrano utilizzare l’esperienza artistica come strumento di controllo delle masse attraverso una “estetizzazione della politica”, operazione utilizzata come forma di comunicazione carismatica per coinvolgere e massificare la folla.

In fondo, anche la pop art avrà come fine programmatico il coinvolgere e massificare la folla, mostrandone l’inconsistenza intellettuale, la vacuità della folla in quanto fenomeno di massa ed in fondo anche come insieme di soggetti singolarmente presi.  Benjamin intende proporre invece una serie di concetti estetici nuovi, inutilizzabili dai totalitarismi: singolare è il ragionamento secondo cui l’arte verrebbe democratizzata tramite la sua politicizzazione, che avviene attraverso l’utilizzo comunista dell’arte: qui, essa trova la cessazione della distinzione tra pubblico e artista, cosa che Benjamin individua nell’opera di Brecht ed Eizenstein.

Walter Benjamin e la nascita della pop art (filosoficamente parlando)In ogni caso, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è oggi considerato uno dei testi classici dell’estetica del ‘900, e continua ad esercitare una forte influenza specialmente per quanto riguarda l’analisi e la valutazione della cultura di massa, anche perché Benjamin perviene ad un giudizio non  di netta condanna, ma che tiene conto delle sue potenzialità, anche nel senso della liberazione creativa dell’individuo.

Autore complesso, asistematico, che predilige tanto la forma del saggio quanto quella dell’aforisma, Benjamin non riuscirà a portare a termine il proprio lavoro né l’esplicitazione del proprio pensiero: in fuga verso sud dopo l’occupazione nazista del 1949 a Parigi, Benjamin si vede ritirare il visto di transito nella cittadina catalana di Port Bou. Benjamin vede quindi svanire il piano di imbarcarsi per gli USA dalla Spagna: temendo di finire nelle mani dei nazisti, si suicida la notte stessa del ritiro del visto, con una volontaria overdose di morfina. Era il 26 settembre 1940.

Ironia della sorte, ai suoi compagni di viaggio verrà concesso il passaggio della frontiera già la mattina successiva.

La nostra identità è il nostro modo di vedere e incontrare il mondo: la nostra capacità o incapacità di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e cambiarlo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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