Russia in pillole: Mosca, una matrioska e le sue magie rosse

Dalla Piazza Rossa al Teatro Bol'šoj fino al Grand Cafe Dr. Jhivago

0 354

Ritrovarsi su un aereo che sta per atterrare a Mosca non è nulla che possa essere previsto prima: l’euforia sì, quell’intruglio scalpitante lo si avverte già a ore di distanza, ma l’appressarsi del territorio russo evoca stati d’animo del tutto non indovinabili in antecedenti congetture. Egualmente, ci si riscopre frastornati poco dopo mentre si sfreccia a velocità siderale nel buio della notte, alla volta dell’hotel che accorcia le ore mattutine, le quali son parche filanti che intessono un manto nero, illusione di un’eternità notturna coi suoi pensieri indovini.

Noialtri russi siamo fatti in tal modo che, non appena tocchiamo la riva e siamo convinti che quella è la riva giusta, ce ne rallegriamo talmente che dobbiamo subito arrivare ai limiti estremi […] È la nostra passionalità russa che stupisce in tali casi non soltanto noi stessi, ma tutta l’Europa (Fëdor Dostoevskij, “L’idiota”)

Mosca, Chiesa ortodossa della Trinità di Nikitniki

La mattina rincuora il viaggiatore e gli spalanca dinanzi le luminose ore delle scoperte imminenti: s’inizia dalla Cattedrale dell’Epifania, che col suo caratteristico rosso falun schiarito è stata una delle più importanti nel secolo scorso, per poi raggiungere la Chiesa ortodossa della Trinità di Nikitniki, che dal 1600 pennella Mosca di verde trifoglio commistionato a rosso di Persia. Poco distante, c’è il Palazzo dei boiardi Romanov, al cui interno è stato ricreato il tipico assetto delle stanze che accompagnavano le quotidianità di qualche periodo addietro. Un salto nel presente lo si ha trovandosi di fronte un’altra cattedrale, ossia quella ortodossa di Cristo Salvatore: le cupole d’oro si scorgono anche da una considerevole distanza, consegnando agli occhi lo splendore neobizantino voluto dallo zar Alessandro I ma realizzato poi concretamente dal 1839 dal successore Nicola I.

Museo Tolstoj

Non tutti sanno, però, che quei progetti sono in realtà solo antiche memorie: la cattedrale venne fatta saltare in aria, e fino al 1990 nel punto lungo la Moscova dove oggi sorge Cristo Salvatore non c’era nulla; solo alla fine del XX secolo, difatti, la Chiesa Ortodossa Russa diede avvio ai lavori per la ricostruzione, restituendo in meno di un ventennio la riproduzione quasi fedele dell’originiaria Cattedrale. A breve distanza, c’è il Museo Tolstoj: qualunque commento sarebbe superfluo, dovrebbe essere una tappa obbligatoria per chiunque, che si conosca lo scrittore russo oppure no, perchè ogni dettaglio appreso qui sarà importante. Ad esempio, quanti sanno che ad ispirare Anna Karenina fu Maria Hartung, la figlia di Puškin? In ogni caso, vale la pena recarvisi anche solo per rileggere la celebre frase che annuncia: «Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Credo che non ti amerei tanto se in te non ci fosse nulla da lamentare, nulla da rimpiangere. Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita (Pasternak, Il Dr. Zivago)

Mosca, Гранд Кафе Dr. Живаго

Per pranzo, da non perdere assolutamente è il Grand Cafe Dr. Jhivago (prenotare), che posizionato di fronte al Cremlino offre una vista incredibile con prezzi onesti per la posizione:  la sensazione è netta e si è realmente momentaneamente collocati entro le avventure del romanzo di Pasternak. Lara e Živago s’aggirano per il ristorante spostandosi grazie alle pennellate sui muri, con il sottofondo delle musiche del film omonimo diretto da David Lean. I tavoli sono agghindati a lusso, i bicchieri rossi scintillano e i piatti neri tintinnano eleganza evocando la Mosca di qualche bianca nobiltà fa- il tutto con una trasposizione abbinata al giorno d’oggi. Dopo aver assaggiato la Napoleon cake, un dolce tipicamente russo con sfoglia e crema, è la volta della Red Square, che nei suoi 74.831 metri quadrati ospita San Basilio, il Cremlino e il Museo statale di storia, oltre al monumento a Minin e Požarskij e al mausoleo di Lenin.

San Basilio con le sue cupole variopinte, dalla metà del 1500 per volere di Ivan IV il terribile, osserva ogni giorno gli occhi serrati degli abitanti di Mosca che rapidi e schivi si muovono per la città, tutti indaffarati coi loro pensieri cirillici e indecifrabili ma comunque sempre pronti ad alzare gli occhi ammirati verso la chiesa la cui fisiognomia ricorda quella di alcune fiamme slanciate. Quale inarrestabile anacronistico falò cromatico si disperde svettando in verticale, con un immaginario turbinio vaporoso di spruzzi brillantinati che inseguono iingarbugliati cerchi biancastri per raggiungere la leggendaria volta celeste.

Teatro Bol’šoj

Vicino alla Piazza Rossa e al centro commerciale GUM, c’è un Teatro il cui nome significa “Grande”, pensato dall’architetto italiano Giuseppe Bove e reinventato, in seguito a un incedio, da Alberto Cavos, di origini italo-russe. Per accedere al Teatro Bol’šoj è necessario presentarsi sul posto alle 9 di mattina, in quanto la visita guidata in inglese delle 11:30 permetterà l’entrata a sole quindici persone, pertanto se non si arriva con le dovute ore d’anticipo è tassativamente impossibile visitare il complesso.

Per quanto sia assurda la trafila, l’interno è la degna ricompensa: già dall’entrata, ci si riscopre ostaggi della regalità sconfinata disegnata dal tintinnio dei cristalli, che dai lampadari altisonanti osservano maliziosi gli spettatori avanzare e prendere posto tra i vivaci palchetti purpurei. Il Bol’šoj è la personificazione della magia, emergente dall’impellente sopraggiungere delle cavalcanti memorie regali di qualche nobile inconscio collettivo fa, che in una Mosca moderna non rischiano di essere dimenticati o soppiantati da qualche superficialità d’oggi. Incredibilmente, Mosca si fa garante dell’abbandono di sè e con un biglietto acquistato tra i caldi raggi mattutini di aprile sussurra memorie di antiche nobiltà, calando il sipario sulle infinite distrazioni rumorose del presente.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.