Daniel Defoe – Viaggio alla scoperta dell’isola della modernità

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Daniel Defoe – Viaggio alla scoperta dell’isola della modernità

A Londra, nel lontano 1660, la modernità crea uno dei suoi frutti migliori: Daniel Defoe (Stoke Newington, 3 aprile 1660 – Moorfields, 21 aprile 1731), l’ideatore del romanzo inglese.
Figlio di una famiglia presbiteriana, verrà educato nell’accademia di Charles Morton. Contrario alla volontà del padre che voleva iniziarlo all’attività pastorale, Defoe si dedicherà agli affari con molti insuccessi: nel 1692 è costretto alla prigionia a causa di una bancarotta. Nel 1688 prenderà parte alla Gloriosa Rivoluzione inglese arruolandosi nell’esercito e metterà il suo talento di libellista al servizio del nuovo re Guglielmo III d’Orange. Scriverà The True – Born – Englishman, battendosi per la libertà di stampa e di coscienza (a proposito di modernità) e nelle pagine di The Shortest Way with the Dissenters si scaglierà anche contro la Chiesa anglicana accusandola di trattare i dissenzienti come Luigi XIV aveva trattato i protestanti: il libro sarà mandato al rogo, il suo scrittore alla gogna (ben tre volte) e in prigione.

Qui concepirà la rivista The Review (1703-1713) che uscirà tre volte alla settimana. Entrerà poi nella redazione di un giornale giacobita e, scoperto dopo sei anni, sarà costretto a terminare la sua carriera da giornalista per iniziare una nuova stagione di successi letterari: nel 1718, la libreria che affaccia sulla piazza che fa da sagrato alla cattedrale di Saint Paul, inizierà la vendita al suo romanzo più celebre: The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe nel quale Defoe decide di confrontarsi finalmente con la stesura di un genere nuovo, il novel.

La sua è una vera rivoluzione: non solo scrive un’opera narrativa in prosa e non in versi (addio Omero, Virgilio, Ariosto e Milton), ma inscena, per di più, l’incontro tra un uomo moderno ed un uomo selvaggio, ignaro del cristianesimo e della lingua inglese. Non è tutto: egli sceglie di portare i suoi personaggi da un capo all’altro del mondo, dalla più vicina Africa al più lontano Brasile, rinunciando a rinchiudere il protagonista nella sicura cultura di Londra capitale.

Robinson Crusoe

Robinson Crusoe è un ragazzo inglese, figlio di un borghese di York, propugnatore di quelle regole di appetition and industry che regolano la vita della middle-class britannica, che si presta a un viaggio in mare. La provvidenza divina costruisce quell’onda che preleva Robinson e lo conduce sano e salvo a riva. Risvegliatosi su un’isola alla foce del fiume Orinoco (Venezuela), Crusoe trascorre alcuni anni in solitudine dedicandosi alla costruzione di un nuovo mondo, sul modello inglese. Qui è solo con i suoi pensieri e ogni momento diventa un’occasione per riflettere sugli errori giovanili che l’hanno condotto nelle avventure per terre e mari.

Da questo momento in poi, i lettori prenderanno coscienza di trovarsi non di fronte a un’opera fantastica ed evasiva, di vivere non un’esperienza vicariante in mezzo a un paradiso esotico, ma di sentirsi parte della difficile e altalenante parabola umana del protagonista: Robinson diventerà il nuovo ognuno, uno di quei personaggi letterari che sono specchio di qualsiasi uomo, l’eroe che dal particolare raggiunge l’universale attraverso la solitaria meditazione sulla vita e sul destino, attorniato dalla natura e da Dio. Robinson Crusoe è l’uomo civile che  resta solo con sé, che è costretto alla compagnia dell’eco acuto della sua anima, che pone domande sulla vanità del mondo, sul valore della ragione, della salvezza e sulla prestanza della provvidenza: solo nell’isola che crede deserta potrà forgiare un’isola di solitudine nel suo cuore, riscoprire la spontaneità, la profondità e la bellezza del suo essere, che il vivere sociale e l’incivilimento avevano da tempo compromesso.

Dopo dodici anni di isolamento, Crusoe scoprirà un’impronta di un piede più grande del suo: l’isola è un luogo in cui i selvaggi compiono sacrifici umani e atti di cannibalismo. Un giorno decide di affrontare uccidendo un gruppo di essi per liberare il loro prigioniero che ribattezzerà con il nome ‘Venerdì‘ (in memoria giorno del loro incontro). Il ”suddito” imparerà la lingua inglese e sarà iniziato alla fede cristiana attraverso la lettura della Bibbia, in virtù di quella mentalità inglese secondo cui l’uomo bianco è la figura civilizzata e il ”buon selvaggio” è cavia di una politica civilizzatrice.

Per scrivere la sua opera, Defoe studiò la mentalità dell’Europa al momento della grande globalizzazione del XVIII e XIX secolo, quando il primo comandamento dei grandi Stati ordinava di dominare tutto il globo terracqueo: la foga economica, le corse mercantilistiche, gli assalti predatori hanno comportato l’espoliazione e la depredazione delle terre, lo schiavismo dei selvaggi.

È da questo studio compiuto da Defoe che noi lettori moderni del XXI secolo dobbiamo ripartire. È su questa sbagliata ”cultura della sopraffazione” che oggi dobbiamo interrogarci: possiamo essere sicuri di non sostenere più una supremazia bianca sulle altre razze? È finita o no l’epoca del ”gigantismo bianco” sul ”nanismo dei selvaggi”? Un modo impeccabile per rileggere Robinson Crusoe con gli occhi più giusti e per trovare risposte a queste domande, sarà guardare alle nostre case piene di Venerdì, trasportati qui dall’onda della globalizzazione che, oggi più che mai, stiamo ancora vivendo (a proposito di modernità).

Carmen della Porta per MifacciodiCultura

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