25 aprile: l’importanza di ripartire imparando dal passato

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“Il nuovo corriere, è giunta la grande notizia”, 1945

Anche quest’anno, in occasione dell’anniversario della Resistenza si scenderà nelle piazze per celebrare la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Sono passati 74 anni da quando la legge 260 venne presentata al senato da Alcide de Gasperi, che avrebbe ufficialmente posto fine, entro i primi giorni di maggio, ai combattimenti in ogni città d’Italia, da Milano a Venezia, da Piacenza fino ad arrivare a Genova. Il 25 aprile è la giornata scelta come simbolo dell’offensiva che per sempre avrebbe condotto alla resa dei fascisti e conclamato la vittoria degli Alleati.

A Milano, il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini annunciò, tramite un comunicato radio, lo sciopero generale seguendo le direttive del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), che pochi giorni prima aveva lanciato il famoso proclama «Arrendersi o perire!», diffuso ormai in tutto il Nord. Si era dunque giunti alla fine, dopo  vent’anni di dittatura fascista e cinque di una disastrosa guerra che aveva indebolito l’Italia, con un epilogo che vedeva Mussolini scoperto e ucciso mentre tentava la fuga verso il nord. L’Italia dovette riaprire gli occhi per ritrovarsi dinanzi a uno scenario desolante, in cui un paese distrutto doveva fare i conti con una società ridotta in miseria, povera e frammentata, con milioni di morti e feriti e con la presenza di forze straniere entro le mura. Tutto questo senza nemmeno più una forma di stato consolidata, in una prospettiva in cui ripartire da zero non era una scelta ma una necessità. Successivamente alla disfatta fascista, molti italiani si spogliarono della casacca nera per saltare sul carro dei vincitori, con la stessa velocità con la quale negli anni ’20 l’avevano scelta. Convenienza, mancanza di comprensione piena, forse paura, spinsero molti a negare di essersi schierati con Mussolini, una volta che il castello di carta creato dalle smanie nazionalistiche, imperialistiche e autoritarie del fascismo era caduto in mille pezzi. Ancora oggi i focolai di nostalgici neo-fascisti si fanno sentire e probabilmente non prenderanno parte alla Festa del 25 aprile in segno di protesta.

Folla in piazza per festeggiare la Liberazione

La ricostruzione della nuova Italia sotto l’innovativa forma di governo della repubblica prese avvio quel giorno, data che ancora oggi è concepita come manifestazione in difesa dei propri diritti, primo tra tutti quello della libertà. Non è da nascondersi che spesso la Festa della Liberazione viene utilizzata come strumento tramite il quale i partiti attirano le attenzioni, con frasi fatte e spesso non realmente sentite; sovente, capita di osservare battibecchi diretti e teatrini pubblici in cui si perde di vista l’obiettivo vero della celebrazione al fine di ottenere consensi.

Chi non festeggia il 25 aprile può non rendersi conto, o fingere di farlo, che il paese risorto dalle ceneri ha fondato le sue basi sulla democrazia e sull’antifascismo. La nuova Italia ha bisogno di imparare dagli errori del passato, per evitare di perpetrarli nel futuro. Probabilmente chi ancora oggi si dichiara estremista ignora la portata dei danni e dei drammi creati dal periodo mussoliniano (si legga La Storia di Elsa Morante per un’immagine di straordinaria chiarezza del periodo). Mussolini affermava di non aver inventato il fascismo ma che esso risiedeva negli italiani; oggi più che mai è giunto il momento che gli italiani scelgano fra cosa è giusto e cosa è facile.

Folla in piazza il 25 aprile

In un momento di particolare instabilità politica e sociale come quello attuale, partendo da questa ricorrenza si può ricominciare a credere nella forza della politica e degli ideali, che sembrano sempre più svuotarsi di senso. Il 25 aprile non è solo un giorno in cui è possibile non lavorare e concedersi un giorno di pausa dagli studi, ma deve essere un richiamo potente in grado di far risuonare vivo l’urlo dei partigiani e di chi oggi, come ieri, decide di non piegarsi a pensieri che sfidano la democrazia e vanno contro a una cultura progressista.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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