Ritratti di Spagna: Siviglia, la città degli incastri atemporali

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A Siviglia, il colpo d’occhio lo si ha innegabilmente quando, nelle sere temperate oppure al sorgere del sole, si osserva quanto più da vicino possibile la cattedrale di Santa Maria della Sede: un tripudio di sconfinata eleganza, con la Giralda che la notte s’avvinghia alle tenebrose torri, dalle quali se si presta ascolto si ode ancora l’eco scalpitante dei cavalli, che coi Muezzin s’arrampicano verso il cielo.

A Siviglia non s’invecchia. È una città in cui si sfuma la vita in un sorriso continuo, senz’altro pensiero che di godersi il bel cielo, le belle case e i giardinetti voluttuosi (Edmondo de Amicis)

Alcázar di Siviglia

Sul lato sinistro del Guadalquivir, si possono trovare numerosi siti d’interesse: come già citata, la Cattedrale rialente al XV secolo e accanto l’Alcázarالقصر del XIV, sono come due fari che attraggono l’occhio pellegrino e lo imprigionano. Il palazzo moresco fu avviato ai tempi del califfato e in seguito, dopo il 1364, i re cristiani apportarono diverse modifiche, anche gotiche con l’intervento di Carlo V. Analogamente a quanto accadde all’Alcázar de los Reyes Cristianos, come a Cordova anche qui lo stile mudejar tipicamente islamico venne utilizzato dai re cristiani dopo la conquista della città. Da La Casa de Contratación in cui nascevano e si stipulavano gli accordi commerciali ai Baños de Doña María de Padilla evocanti leggende di purezza fino al Patio de las Doncellas in cui pare che i musulmani pretendessero ogni anno 100 vergini dai cristiani, l’Alcazar è una rappresaglia di commistioni artistiche che convivono fianco a fianco, in una mangificienza estrema.

Il giardino che circonda il palazzo mudejar con gli yeserias ornati d’oro o zaffiro delle antiche delle dominazioni arabe e i rossi di persia contrastanti con la sobrietà degli ocra, restituisce un respiro labirintico in cui alla mente è consentito di vagare senza appigli. Ci sono tante strade, numerosi naranjos (aranceti), fontane e zampilli d’acqua pronti ad accogliere l’animo di qualche sultano o re che dir si voglia, di qualche epoca addietro.

Casa de Pilatos, Siviglia

Altra meta imperdibile è la Casa de Pilatos, risalente al 1400 e così chiamata in rimando al marchese Fadrique Enriquez de Ribera, il quale notò che la sua casa a Gerusalemme era distante dalla chiesa della Croce del campo esattamente quanto la dimora di Ponzio Pilato lo era dal Calvario. Da credente, sorpreso dalla coincidenza, decise di denominare l’abitazione di Siviglia Casa de Pilatos, e ogni stanza è un rimando alla Passione di Cristo. Riproduzione in piccolo delle caratteristiche tipicamente mudejar degli Alcazar andalusi, l’edificio sorprende già dai cancelli esterni con una massa floreale di eliotropo elettrico, che invitano ad entrare nel maestoso piccolo gioiello di patii, busti di imperatori e infinitesimi particolari di ghirigori arabescati.

Nessuna parete si rivela vuota, ogni trama è un richiamo a escheriani schemi mentali corvini agglomerati entro biachi contorni, con guizzi ordinati di rossi di Persia, che animano il piano terra e la visita- guidata, dalle 10:30- al piano superiore.

Non è Plaza de toros il cuore di Siviglia, non può esserlo la medievale Feria de Abril che annualmente si fa portatrice “dell’usanza” delle corride che definire barbara è assai riduttivo (a tal proposito, per firmare la fine di tale aberrante pratica cliccare qui) ma il vero capolavoro di Siviglia è senza dubbio un altro: Plaza de España. Qui, un indovino d’inaspettate profezie o sublimi incontri, non potrebbe immaginare più di quanto già esista: una piazza sorge guardinga entro il parco di María Luisa, che coi suoi alberi secolari è in segreto un’antica fiaba andalusa. Annibale González e per gli ultimi tre anni di costruzioni Vicente Traver, al quale venne contestata la fontana centrale al centro di giochi di luci, sono i nomi degli architetti che, dal 1914 a un anno prima della Grande Depressione, tappezzarono quei 50 000 m² di pura magia.

Con lo sguardo sul Guadalquivir, in prospettiva di caparbia conquista, Plaza de España è un mirador a cielo aperto su un’inventata Venezia e sui possedimenti del passato, scorribili nei 48 stemmi in ceramica racchiusi tra le pareti. I quattro ponti rievocano i quattro antichi regni di Spagna, che lussureggiano ancora in una stampa floridamente sorridente tra i lampi di giallo di cadmio inseriti nelle trame blu oltremare spruzzate di cerchi bianchi.

Ponte di Isabella II

Infine, sul lato destro del Guadalquivir che tinteggia d’azzurro l’Andalusia, attraverso il ponte de Isabel II c’è Triana. Studiando storia, chiunque si sarà immedesimato nel marinaio che, nel lontano 1492, scorse per primo l’America, con la sua ricchezza di aspettative, immagini mentali fantasiose e colpi di scena inaspettati: ebbene, egli si chiamava Juan Rodriguez de Triana e provenvia proprio dall’ominimo quartiere. Analogamente all’Alcazar di Cordova, in cui convissero la modernità e il rinnovo delle arti ad opera di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona ma anche la brutale violenza dell’Inquisizione, anche qui il Castello di San Giorgio testimonia tale commistione.

Triana è anche e soprattutto celebre per essere il quartiere gitano, quasi una sorta di cittadella a se stante che per diversi anni nemmeno potè connettersi all’altra sponda del Guadalquivir, dando così origine ai danzatori di flamenco che dai tempi delle sere primaverili del Settecento sferzarono l’aria con una ventata improvvisa di gonne vermiglie e zapatas accompagnati da striduli lamenti (compas). S’avverte ancora l’eco delle corde delle chitarre che sostengono i sussultanti repentini movimenti (desplantes) che tamburellano il proprio stato d’animo nelle vibranti corde di tutta l’Andalusia. 

L’anima di Siviglia è riassumibile in un gioco di ombre e gialli, i cui magheggi si orientano con le coordinate di un passato perfettamente ricostruibile e un futuro serenamente presente: il tutto, si può riassumere, pensando tra sè e sè dinanzi a questo gioco d’incastri atemporali, «No sé a dónde voy pero voy en camino».

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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