Jack Nicholson, la follia di un talento semplicemente folle

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

«Quello non fa finta. Quello è matto sul serio». Questa è la prima cosa che ricordo di aver pensato quando vidi Jack Nicholson sullo schermo. Non è possibile ridere in quel modo, sogghignare così, portare in scena la purezza della rabbia, se sei del tutto normale.

In realtà, parlare di cosa è normale e di cosa non lo sia, lascia un po’ il tempo che trova. Ad essere onesti, citare la normalità è come parlare dello Yeti, di Babbo Natale o dei “cantanti” della nuova generazione: possiamo solo riderci su. Per cui, per una volta, non parliamo della pazzia grazie alla quale gli artisti arrivano al successo. Per una volta parliamo di carisma.

Jack Nicholson (Neptune City, 22 aprile 1937) è, senza timore di smentita, uno degli attori più carismatici che il grande schermo ci abbia mai offerto. Non c’è stata decade, dagli anni Sessanta ad oggi, che non abbia visto una sua nomination agli Academy Awards. Al di là dei cinque decenni di successi, quello che colpisce non è tanto l’imbarazzante bravura e originalità che Nicholson regala ai suoi personaggi, quanto, più che altro, l’incredibile semplicità con cui si destreggia da un ruolo all’altro. In altre parole, Jack Nicholson è versatile, tanto versatile. Quasi come i politici quando devono giustificare lo scandalo del giorno.

Romanticismo alla Nicholson, in Voglia di Tenerezza

Easy Rider, la brutale e progressiva crescita della follia di Jack Torrance, il Joker di Tim Burton, il suo primo Oscar (ora sono tre, come tre sono gli unici attori ad averne vinti tanti: oltre a lui Daniel Day Lewis e Walter Brennan) con il coraggio di Randle Patrick McMurphy nell’opporsi alla crudele realtà dei manicomi in Qualcuno volò sul nido del cuculo, il miliardario Edward Cole alla scoperta di ciò che conta nella vita, nel commovente (è dir poco) Non è mai troppo tardi. Nicholson è tutto questo. E  per tutto questo, è scolpito nei nostri cuori in modo indelebile.
Andiamo avanti? Perché potremmo citare molte altre pellicole che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come L’ultima Corvè o Voglia di tenerezza (vinse l’Oscar con entrambe), oppure “l’horror” più brillante e seducente di tutti i tempi, Le streghe di Eastwick (che erano Cher, Michelle Pfeiffer e Susan Sarandon), o magari quel filmetto da niente che è The Departed (Jack Nicholson, Matt Damon, Leonardo Di Caprio, Mark Wahlberg per la regia di un certo Martin Scorsese), ma non avrebbe senso. Non ha senso. E non ce l’ha perché, semplicemente, di Jack Nicholson non si può scrivere più di tanto. Persone così le si lascia fare e si applaudono. E non ci interessa minimamente quale partito politico appoggi o per che squadra di basket faccia il tifo (i Lakers comunque). Non è importante, perché sappiamo che se al cinema c’è lui, si va e basta. Nel peggiore dei casi vedremo l’interpretazione sottotono, ma comunque da applausi, di uno dei più grandi attori di sempre.

Iconica immagine in Shining di Kubrick

Kubrick una volta raccontò, per spiegare l’impegno madornale che richiedeva ai suoi attori, dell’assurdo numero di ciak per girare la scena in cui Jack Torrance vuole “solo” spaccare la testolina alla povera Wendy (la cui interprete Shelley Duvall avrà poi un esaurimento nervoso alla fine delle riprese). Centoventisette ciak volle Kubrick per vedere un Nicholson completamente fuori di testa, che sbavava ed emetteva versi così terrificanti, da far gelare il sangue all’intera troupe.

Signore e signori, Jack Nicholson, il sorriso più pazzo di Hollywood, nonché la prova vivente di cosa succede quando il talento incontra il carisma.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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