Più donne che uomini, brillante romanzo-pièce sui vizi privati dell’Inghilterra edoardiana, di Ivy Compton-Burnett

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Non possiamo pensare si tratti di una vera e propria linea editoriale; nondimeno, si può riconoscere, in almeno due accezioni del verbo, una propensione di Fazi Editore per i romanzi di assoluto valore letterario, che uniscano una scrittura al contempo classica e peculiare, ma soprattutto che “ingannino” il lettore. Nel senso migliore del termine, quasi sinonimo di “sorprendano”: è avvenuto con Siracusa di Delia Ephron, accade anche con Più donne che uomini di Ivy Compton-Burnett. Accomunati anche, evidentemente, dalla scrittura al femminile declinata al massimo grado.

Le similitudini, nondimeno, finiscono sostanzialmente qui: e non potrebbe essere altrimenti, perché questo Più donne che uomini è romanzo del tutto singolare. Ma è davvero un romanzo? O si tratta di una pièce teatrale sotto mentite spoglie? Cose che del resto l’autrice stessa ammetteva, definendo i propri libri a metà tra romanzo e teatro. Dal che, non è difficile intuire che il dialogo è il perno assoluto della narrazione, con le parti descrittive ridotte davvero al minimo necessario – praticamente, la pura e semplice descrizione fisica dei personaggi e poco più.

Ivy Compton-Burnett

»Non è vero che chi lavora è stimato da tutti. Pensavo di essere il solo a credere che il lavoro mortifichi l’uomo, ma vedo che è una convinzione universale. In genere, chi non lo pensa va troppo fiero della sua opinione per pensarlo davvero». Solitamente, il punto di vista si divide tra “narratore interno” ed esterno; in questo caso, il narratore è pressoché inesistente, ovvero non se ne avverte la presenza. E qui sta il fascino di Più donne che uomini e di Ivy Compton-Burnett, nata nel 1884 e già paragonata a Virgina Woolf e non senza ragione, anche grazie a questo romanzo che data 1933, e la cui trama è complessa tanto quanto lo sono i personaggi che la “recitano”. Vividi, contradditori, articolati in ragione di una brillantezza inusitata dei dialoghi, che ricalcano, riproducono perfettamente in doveroso modo di parlare di una sorta di upper middle class britannica.

Teatro della vicenda è un prospero istituto scolastico femminile, diretto da Josephine Napier, un generale ingioiellato «vestita e pettinata in modo da esibire i suoi anni anziché nasconderli», attorno alla quale ruotano marito, figliastro, corpo docente, fratello con amante segreto, una governante e la figlia di quest’ultima. In una opprimente rigidità vittoriana ruotano tematiche altrettanto vittoriane, quali la finta moralità, il tutto filtrato dalle massime con cui si esprimono normalmente i protagonisti, funamboli della metafora, del discorso obliquo e del sottinteso. Nondimeno, le reali tematiche emergono vividamente: cattiverie, adulteri, omosessualità, intrighi. Il tutto, attraverso il macguffin improvviso di un imprevedibile evento tragico, che gradualmente porterà il tono di Più donne che uomini dalla commedia brillante al noir.

Più donne che uomini offre pagine indimenticabili di umorismo, e aforismi taglienti sulla vacuità, sulla vanagloria e sulla cattiveria intrinseca della natura umana, tanto che potremmo azzardare paragoni a cavallo tra Oscar Wilde e William Golding, tra ironia e tragedia. Anche perché, Più donne che uomini emerge alla fine della lettura, trascinante quanto mai, quasi come un piccolo trattato di antropologia delle società complesse, e certamente quella vittoriana-edoardiana complessa lo era.

Più donne che uomini vive infine una straordinaria dualità: da un lato, la lettura scorre veloce trascinata appunto dalla brillantezza dei dialoghi; dall’altra, il lettore è indotto senza dubbio alcuno a ritornare sovente sui suoi passi, per rileggere una frase: non perché questa sia oscura nella sua formulazione, ma perché è costantemente percepibile che l’informazione non è mai univoca, ma la forma nasconde anzi più e più significati che costringono al ripensamento.

Un ipertesto, quindi: Più donne che uomini si configura sin dalla prima lettura come un qualcosa che necessiterà di riletture successive prima di poterlo padroneggiare appieno. D’altra parte, Calvino sosteneva che un classico è un testo che non ha mai finito di dire quello che ha da dire, ed il lavoro di Ivy Compton-Burnett, tra i classici, può rientrare a buon titolo.

Vieri Peroncini per MIfaccidiCultura

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