Raymond Chandler, signore della semplice ma nobile arte del delitto

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Quanto devono i thriller ed i loro autori, dagli anni ’40 in poi, a Raymond Chandler? Solo un’infinitesima parte in meno di quanto deve qualsiasi autore di gialli, noir o appunto thriller che dir si voglia a Wilkie Collins e Edgar Allan Poe, in quanto iniziatori del genere poliziesco. Perché Raymond Chandler (Chicago, 23 luglio 1888 – La Jolla, 26 marzo 1959), che pubblicò il suo primo racconto poliziesco appena nel 1933 alla non più verde età di quarantacinque anni si attesta come un grande innovatore del genere: e sebbene inserito in un filone stilistico iniziato da Dashiell Hammett, quello della narrativa hard boiled, rispetto ad Hammett ha due “cicatrici” in più (che valgano come medaglie al valore, visto il genere).

Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ce ne si fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.

Anche Elliot Gould interpreta Marlowe nel “Lungo Addio” di Altman

Le cicatrici, o punti di merito che dir si voglia, di Raymond Chandler, sono presto dette. L’una è la creazione di una nuova forma di protagonista, pur rimanendo sempre nel novero della figura dell’investigatore privato: ma Philip Marlowe, che nasce nel 1939 con il romanzo Il Grande Sonno, si distacca nettamente dagli “archetipi” del genere. Con Auguste Dupin, Marlowe ha in comune solo la viva intelligenza e le capacità deduttive, che peraltro bisogna riconoscere del tutto necessarie allo sviluppo delle trame poliziesche (ammesso che si voglia giungere ad una conclusione del “caso”), e così pure con tutta una serie di investigatori “classici”, per- e post- Raymond Chandler, da Poirot a Maiget, da Ellery Queen a Nero Wolfe, per finire con Adrian Monk e la signora Fletcher.

Philip Marlowe è lucido, disincantato, cinico («…nella parte del giornale riservata alle cronache mondane. Non le leggo spesso; solo quando resto a corto di altre cose da odiare»); è anche un forte bevitore (molte pagine, in Chandler, contengono riflessioni sul bere e l’alcolismo, in cui tocca modalità espressive alla ante-realismo-sporco, ovvero Bukowski), ma anche un valente giocatore di scacchi, che si cimenta in partite in solitaria contro le partite esemplari dei Maestri, appassionato di musica classica, con studi classici e pochi amici. Violento e delicato, Marlowe è, in una parola, verosimile, anche perché contraddittorio e ricco di sfaccettature che si sviluppano coerentemente nel corso degli otto romanzi, di cui uno incompiuto, in cui si erge a protagonista, ultimo dei quali il magistrale Il lungo addio, il cui tema di fondo, sorprendentemente (almeno per chi dovesse approcciarsi a Chandler partendo dalla fine) è l’amicizia virile, che si sviluppa in modo che non esitiamo a definire epico, con slanci di generosità pura ed una costanza che giunge fino alle estreme conseguenze.

Una caricatura-omaggio di Chandler

Non a caso abbiamo parlato di cicatrici: anche la vita privata di Raymond Thornton Chandler  non ne fu priva, segnata dapprima da divorzio dei genitori quando aveva soli sette anni, poi dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale, durante la quale combatté in Francia, infine dall’alcolismo e da un tentativo di suicidio nel 1955 avvenuto un anno dopo la morte della moglie, per poi terminare nel 1959 per le conseguenze di una polmonite.

Il Grande Sonno e Philip Marlowe contribuirono anche a segnare – ulteriormente – la fortuna di Humphrey Bogart come attore e di Howard Hawks come regista: cosa anche logica, perché Chandler fu anche un apprezzato sceneggiatore per Hollywood. Potremmo dire che per lungo tempo, anzi, fu più apprezzato come sceneggiatore che come scrittore, dacché i suoi lavori non mancarono di ricevere critiche anche severe, in particolar modo riguardo alla coerenza della trama e del suo sviluppo, tenuto ai margini dalla critica con frettolose definizioni di artigianalità, e di esponente minore del modernismo letterario.

In realtà, Raymond Chandler offre dialoghi assai più ricchi e complessi rispetto al genere, e infarciture di considerazioni fortemente morali, come è nello spirito di Marlowe: Ian Fleming ebbe a dire che il collega offriva «alcuni dei dialoghi più raffinati» della scrittura contemporanea, ma l’apporto di Chandler non si ferma qui. Fortemente critico nei confronti dei romanzi di successo, del genere poliziesco e no, ma tra i primi anche dei lavori di S. S. Van Dine e Agatha Christie, Chandler fu ottimo autore, ed è la seconda “cicatrice” in più che gli va riconosciuta, di un discorso programmatico che espresse in un saggio intitolato La semplice arte del delitto, che andrebbe letta e tenuta in gran conto dagli amanti del genere e non solo, nella quale critica soprattutto l’inverosimiglianza delle trame del romanzo classico ed i suoi protagonisti investigativi.

Lauren Bacall e Bogart ne “Il Grande Sonno” di Hawks

Resta il dubbio circa la liceità di definire le trame di Chandler “sconclusionate e incoerenti”, come fece un critico del Washington Post: noi, che siamo dei fan assoluti di Chandler, arriviamo a dire che, se così fosse, il nostro autore avrebbe anche il medito di aver sdoganato la sconclusionatezza e l’incoerenza. E diremmo ciò memori di James Ellroy, autore eccezionale, o delle “trame inestricabili di Jeffrey Deaver” – cit., ovvero “inestricabile” is the new “sconclusionato e incoerente”.

I morti sono i migliori colpevoli di questo mondo. Non si difendono.

Il lungo addio

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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