Quasimodo è morto, e noi con lui: Notre Dame risorgerà, noi sapremo farlo?

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L’incendio della cattedrale di Notre Dame. Pare il titolo di un romanzo, giallo o di cappa e spada. Brutto, probabilmente. Invece è realtà: e il 16 aprile 2019 ci vede tutti più feriti, più sgomenti e più poveri: sono più poveri, anche se inconsapevolmente, persino quelli che fino a ieri credevano che Notre-Dame fosse una squadra universitaria di football americano. Nella giornata di ieri, ormai lo sappiamo, sono andati in fumo secoli di arte e storia, quella vera: di Francia certo, ché la cattedrale era stata il teatro di eventi storici, dalla beatificazione di Giovanna d’Arco all’incoronazione di Napoleone, e ambientazione o soggetto di infinite espressioni artistiche, su tutte l’immenso catalizzatore dell’immaginario collettivo che è Notre Dame de Paris di Victor Hugo, ma ovviamente anche mondiale. Un patrimonio di memoria che ogni epistemofilo non può non rimpiangere, a prescindere dal fatto che si può a buon titolo considerare che sia andato irrimediabilmente danneggiato un simbolo  religioso, cristiano o cattolico poco importa. Patrimonio dell’Umanità per l’Uniesco, ci fosse bisogno di specificarlo, per quelli che comunque non capiscono nemmeno se glielo spieghi.

La mole di valutazioni, possibili e doverose, sarebbe enorme, così come i fatti da registrare. Se nulla si può ancora dire sulla dinamica, possiamo quantomeno iniziare a valutare il fatto che comunque non vi sono danni strutturali, e che la ricostruzione sarà possibile. Philippe Daverio ha fatto notare che la quantità di materiale fotografico e documentale renderà possibile il risorgere della casa di Quasimodo; sarà questione di tempo, ma Notre Dame tornerà a splendere, seppure dalla sue ceneri, come il Petruzzelli o come la Fenice, della cui direzione registriamo con piacere l’immediata solidarietà.

No, la ferita storico-artistica sul volto del mondo è gravissima, ma non mortale né definitiva. Tantomeno, contano gli aspetti tecnici o cronachistici – sistemi di sicurezza, Canadair sì o no, la guglia che cade, i paralleli mentali con le Torri Gemelle, i volti attoniti, i costi ed i tempi della ricostruzione.

La vera cenere con cui ci lascia l’incendio della cattedrale di Notre Dame è quella della natura umana come animale culturale.

A partire dai giornali italiani che hanno sentito l’esigenza di distinguersi nella titolazione, dando spazio ad altre notizie che non fossero l’incendio “di una chiesa”: aberrazione giornalistica dell’esigenza di distinguersi, in un momento in cui non è – umanamente – lecito pensare alla propria immagine personale, ma l’unica cosa che dovrebbe contare è esserci a testimonianza del proprio dolore e della propria comprensione.

Ma la comprensione dovrebbe esserci, naturalmente.

Dovrebbe essere elementare e automatico, compiangere cotanto scempio, senza eccezioni.

Invece, una volta di più, stiamo assistendo alla calata degli zombies –  nessun paragone nel regno animale sarebbe adatto e opportuno – che calano a gioire di quanto accaduto alla Francia, ai galletti, ai ladri della Gioconda, ai rivali calcistici. Ai mangiabaghette, scritto proprio così. Ben gli sta, in definitiva: non mancano nemmeno i se la sono cercata a completare un puzzle fatto di menti piccole e spiritualmente degradate, che contesta a chiunque in fondo sempre la stessa cosa, ossia la non coincidenza con la propria miseria morale e intellettuale, per giunta non di rado mascherata da opinione politica.

Il problema, si badi bene, non è l’umorismo, anche in circostanze simili: non abbiamo nulla da eccepire sulla battuta di Lercio che parla di «Notre Dame, incubo senza fine: Italia offre aiuto per la ricostruzione». L’angoscia, mista ad umiliazione, ci coglie invece per il fatto che vi è un fondamento di realtà in questo humour nero, nerissimo.

Salvo il tesoro di Notre Dame, preservata l’integrità strutturale dell’edificio, il simbolo di Parigi prima o poi tornerà ad uno splendore, per quanto non del tutto originale. Ma noi, circondati da anime meschine che gioiscono per un evento che ha distrutto tanta bellezza e cultura, tanto sapere e storia, tanta tensione ad elevare gli animi (Deshi Basara! Sollevati!), costretti ad assistere alla nostra regressione a selvaggi sbavanti come nel Signore delle Mosche, come faremo a ritornare all’antico splendore? Notre Dame risorgerà dalle sue ceneri, ma la cultura e l’umanità di chi festeggia questo incendio come potranno mai risorgere?

Oggi il panorama di Parigi è devastato da una ferita visivamente grave; quello italiano a migliaia di ferite invisibili in suppurazione. L’incendio di Notre Dame ha causato una ferita in Francia, ma ne ha portato alla luce altre ben peggiori, dalle quali non sappiamo davvero come si possa guarire. E quindi la ferita bruciata di Notre Dame è ancora più grave: perché ci mostra tutta la nostra precarietà, la caducità e assieme la nostra incapacità di proteggere e preservare persino i simboli, financo le metafore più inestimabili, quell’arte che da sempre tenta di stagliarsi come una guglia contro il cielo, contro lo scorrere ineluttabile del tempo umano.

Al colmo della beffa, tutto lo squallore dell’odio da web pare ormai dirci che, in fondo, forse non ne vale neppure la pena.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

2 Commenti
  1. Arturo Pellizzari dice

    Risorgerà, come la Fenice, più bella di prima, non è la prima volta. E ci sarà ancora lo spirito di Quasimodo a far buona guardia.

  2. vfferry dice

    Peroncini perfetto ….. aggiungerei come al solito

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