Totò vittima, Totò carnefice

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Un saggista, per vanità, potrebbe desiderare di parlare di un Totò (Antonio De Curtis – Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967) “mai visto”, di un Totò sempre diverso ad ogni ricorrenza. Ma non è mica semplice trovare un Totò “inedito”: novantasette film non sono pochi, ma anche i più approssimativi (pellicole che lui stesso avrebbe definito “puzzonate”, come ebbe a descrivere la prima sceneggiatura propostagli da Castellano e Pipolo) sono stati tesaurizzati dai collezionisti assieme ai suoi classici. Sono stati riabilitati in blocco perché Totò, in base al principio di non contraddizione, non poteva essere mai meno Totò di se stesso.

totoMa, una volta accertato che scoprire un Totò “mai visto” è come frugare in un filone d’oro già grattugiato da cima a fondo, resta da appurare come sia il Totò “già visto”. Una delle sue caratteristiche principali è la sua oscillazione tra il ruolo di vittima e quello di carnefice.

Vittima lo è per una propensione contingente, “storica”: film influenzati dal Neorealismo come Totò cerca casa (1949, Steno e Monicelli) sono legati all’attualità; lì il Principe è chiamato a rappresentare tutti gli sfollati del dopoguerra. Altrove, come nei migliori canovacci comici, i guai vengono a cercarlo indipendentemente dalla situazione storica dell’Italia, come nella trama atemporale del classico Totò sceicco (1950, Mario Mattoli).

Carnefice invece lo è per inclinazione personale, come testimoniato dallo sketch in cui – come si suol dire – “tira scemo” l’Onorevole Trombetta. Forse ricorderete che di questa celeberrima scena esistono varie versioni: in quella più nota, immortalata in Totò a colori (1952, Steno), l’Onorevole viene preso in custodia dalla Polfer, in altre si getta addirittura dal finestrino (succede per esempio in Premio Nobel, uno dei film televisivi di Totò per la RAI).

Nella sterminata filmografia del Principe ci sono però alcune pellicole in cui la figura di Totò viene snaturata e si trasforma o tutta in vittima o tutta in carnefice.

In quel fiasco de Il comandante (1964, Paolo Heusch), Totò è solo vittima e infatti non ha niente a che fare con se stesso: è un alto ufficiale a riposo che subisce un’umiliazione dopo l’altra. Il pensionamento rovina la sua maschera ancor peggio di quanto farà al Fantozzi di Paolo Villaggio.

Un altro film, molto più riuscito ma ancora più spiazzante, in cui Totò “subisce ancora” senza contrattaccare è Risate di gioia (1960, Mario Monicelli). Anna Magnani lo tratta come una pezza da piedi, puntando con malignità sull’ascendente che esercita su di lui.

chefineRisate di gioia, nella sua bellezza, ha deluso il pubblico. Non c’è neanche la soddisfazione, tipica delle comiche (vedi I figli del deserto con Stanlio e Ollio), della ribellione degli uomini gonzi asserviti alle donne dominatrici, che nella filmografia del Principe si trova in Totò, Peppino e i fuorilegge (1956, Camillo Mastrocinque), dove la moglie schiavista è Titina De Filippo.

Un Totò solo carnefice lo si trova nello stravagante Che fine ha fatto Totò Baby? (1964, Ottavio Alessi): alcuni critici hanno osservato che già Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich era tanto esasperato da essere al confine con la parodia. Comunque il Principe della Risata che, con uno strabismo divergente ancora più evidente del solito e un ghigno a mille denti, scioglie nell’acido una biondona è persino più mostruoso di Bette Davis che prende a calci nello stomaco Joan Crawford.

Insomma: forse a pensarci bene il Totò che vogliamo vedere è proprio quello che siamo già abituati a vedere: il Totò standard, mezzo vittima e mezzo carnefice.

 

Andrea Meroni per MIfacciodiCultura

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