Ritratti di Spagna: Cordova, mille e una notte tra Alcázar e Mezquita

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Ai piedi della Sierra Morena, lungo le sponde del Guadalquivir che tinteggia d’azzurro l’Andalusia, sorge Córdoba, che con l’Alcázar de los Reyes Cristianos e la Mezquita è meta rinomata dai turisti di tutto il mondo. Ma che cosa contraddistingue nello specifico la città spagnola?

È sufficiente riconnettersi alla contrastata etimologia del nome e alle sue origini per comprendere quanto la storia di Cordova sia stata particolamente complessa e ricca di cambiamenti, senza mai tregue che abbiano permesso l’instaurazione definitiva di un particolare assetto. Dall’iniziale dominazione romana fino al 756 d.C., anno in cui gli arabi presero la città e ne cambiarono radicalmente l’aspetto, costruendo peraltro la più grande biblioteca d’Occidente di allora, fino al tempo della Reconquista nel 1236 per mano di Ferdinando XI. Egli sradicò buona parte delle usanze e delle tesimonianze orientali, mantenendo però un tutt’altro che anti-estetico stile mudejar che con le sue tinte bluette e le venature bianche evoca vigorosa destrezza e sussurra decorose memorie.

Cimelio di contrastanti passati, Cordova conserva due cuori pulsanti, che insieme inneggiano e omaggiano le differenti bellezze dominanti del passato.

Il primpo grande gioiello di Cordova è senza dubbio l’Alcázar de los Reyes Cristianos, da non confondersi con quello di Siviglia che lussureggia in un’altra maniera, egualmente grandioso ma a sè stante. Dopo aver posto fine al califfato, nel 1328 Alfonso XI fece costruire la fortezza moresca in cui qualche anno dopo Cristoforo Colombo avrebbe chiesto i finanziamenti per raggiungere le Americhe. Sebbene Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, com’è noto, nel 1486 sostennero l’impresa per lo scoprimento di quelle lande ancora ignote alle cartine geografiche ma fortemente vivide nell’immaginario degli avventurieri, purtroppo sono anche noti per aver fatto dell’Alcazar la sede dell’Inquisizione, che i due Re Cattolici sostennero strenuamente fino alla scomparsa dell’ultimo regno arabo presente in terra spagnola.

L’Alcazar appare come uno schizzo a metà tra il fintamente onirico di Lewis Carroll e le fantasie di una leggenda orientale, i quali assieme sussultano dalle fontane e si nascondono tra le azalee e le biancastre ortensie, per poi proteggersi nei vasi intagliati d’erba nei giorni di temporale. Le vasche del giardino e la vista dalla fortezza accolgono lo sciame continuo di visitatori in un paese delle meraviglie, che beffardo osserva col sorriso di uno stregatto che contempla il susseguirsi delle bizzarrie umane, tra accondiscendenza dell’artisticità e diniego per il continuo osservato disfacimento di esse. Cordova è difatti un mosaico dalle coordinate temporali dubbie ma proprio per questoè  estremamente affascinante.

I viaggiatori si arrestano stupiti in mezzo alla foresta di colonne [della grande Moschea] che si prolungano da ogni lato in distese che sembrano senza fine. I porfidi, il diaspro, i marmi sono ancora al loro posto; gli splendidi mosaici di vetro, i cui artefici vennero da Bisanzio, ancora scintillano come gioielli sulle pareti; le audaci architetture del santuario, con i loro fantastici archi incrociati, non hanno perso nulla della loro imponenza; il cortile è sempre ombreggiato di piante d’arancio che proseguono la distesa delle colonne. Davanti alla bellezza della grande Moschea, il pensiero si svolge ai giorni passati: ai giorni dello splendore di Cordova, ai giorni gloriosi del gran Califfo, che non torneranno più! (Stanley Lane-Poole)

Dopo aver pranzato nel ristorante Patio Romano e aver girato tra le strette viuzze della Calleja de las flores agghindate da una costellazione di fiori alle finestre, si è pronti per andare al secondo punto d’interesse: la Mezquita (Alijama), che con le doppie arcate in mattoni e candida pietra bianca appare come l’invito antropomorfico ad addentrarsi in un’avventura de Le mille e una notte. L’immaginario ricorre a una guida fittizia, che dalle novelle del X secolo riappare per accompagnare lungo i porticati.

Tipicamente in stile mudejar, la mezquita conserva le memorie, nascoste tra gli archi a ferro di cavallo e gli yeserias ornati d’oro o zaffiro, delle antiche dominazioni arabe. Un rosso di Persia ipnotizza l’onirico collettivo e trascina l’inconscio  nei nascondigli degli arabeschi smeraldini per poi innalzarsi su tappeti immaginari che raggiungono soffitti a cassettoni immensamenti alti per poi planare nello spazio e tempo permanente, con la pretesa di non essere dimenticati da chiunque verrà. La Mezquita di Cordova è una silenziosa pretesa regalmente agghindata che evoca silenziosamente lo scongiuro dell’oblio e sprona alla ricerca di sè in uno scenario atemporale e senza confini spaziali.

C’era una volta un mercante che possedeva grandi ricchezze. Un giorno, in cui un affare importante lo chiamava molto lungi dal luogo ove soggiornava, salì a cavallo e partì con una valigia nella quale aveva riposto una piccola provvista di biscotti e di datteri, dovendo attraversare un paese deserto ove non avrebbe trovato di che vivere (Le mille e una notte, Prima notte)

Come in un racconto notturno di Sherazade, le sinuosità scoperte delle sete di grigio cadetto commistionate ai merletti dei nove colori dell’oro, si è totalmente distaccati da sè, per andar dove esattamente non lo si percepisce, ma non ha importanza. Di primo acchito, sembra sicuramente non verso la Ka’ba della Mecca, perchè curiosamente la Mezquita è rivolta verso Sud. Una leggenda, nella sua poca credibilità, si è tramandata fin qui da voci sussurranti da anni addietro, e sostiene che questo non sia stato un errore bensì un piano ben chiaro di Abd al-Raḥmān, il quale, esiliato dalla propria patria, fece costruire la Mezquita in direzione di Damasco, nella speranza di farvi un giorno ritorno.

Che si chiami Città dell’Oba come richiamo all’antico epiteto del Guadalquivir oppure buona città, ciò che rimane di Cordova è uno spirito rianimato dall’unione collettiva col passato, in un luogo che funge da punto d’incontro tra le sincronie del tempo che ieri c’erano e oggi, almeno all’apparenza, non esistono più.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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