Munch e Sartre: nella notte, non esser altro che un po’ di freddo

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Si provi a immaginare con la mente un turbinio di colori, qualche nastro svolazzante nell’opaco blu notturno di una strada persa nella moltitudine delle infinite strade di questo mondo, e poi ci si concentri sulle luci, che come sgorbi biancastri improvvisati s’adagiano sulla terraferma, nascondendosi nelle strade e nel giallo di qualche cappello à la page. In questo scenario, un improvviso vuoto di chiarezza è il cuore di un protagonista sussultante. Ci si potrà fidare, nella notte di Munch?

«Tutti i passanti lo guardavano in modo così strano e singolare e lui sentiva che lo guardavano così, che lo fissavano, tutte queste facce, pallide nella luce serale; voleva fissare un pensiero ma non gli riusciva, aveva la sensazione che nella sua testa non ci fosse nient’altro che il vuoto… il suo corpo era scosso dal tremito, il sudore lo bagnava»

Sera sul viale Karl Johan è un dipinto realizzato da Edvard Munch nel 1892. L’opera pare la sembianza di un ricordo crudele, una mancata elaborazione di un trauma norvegese che ricompare d’improvviso alla mente lungo una passeggiata serale nel viale di Christiania, ossia l’odierna Oslo. Il protagonista rasenta il coraggio di un puntino di fuliggine col cappello, si volta di spalle e cammina per il viale disadorno di tinte cangianti e quasi sgombro, fatta eccezione per gli alberi che sembrano una pennellata di Böcklin.

Il puntino di fuliggine è intento ad osservare una casa marrone, all’apparenza senza finestre nè luci, mentre tutta la folla sulla sinistra prosegue il proprio cammino.

Le fisionomie in primo piano hanno tratti cadaverici senza possibilità di redenzione, gli occhi impanicati sono appena accennati nei particolari ed estrapolano aggettivi connessi al mondo di thanatos, che coi suoi cadaveri che non dormono da vite intere si avvia per le strade. I corpi sono bianchi, quasi cinerei a osservarne il colorito s’ode quasi un urlo lontano, con il gelo lontano delle carni che conservano sopito il sangue rancido addormentato nella polvere dei passi inerti. Il cuore vermiglio c’è, ed è il motore che permette di avanzare, e accomuna tutti i partecipanti che nella notte del viale procedono nel grottesco, tutti egualmente imbellettati negli abiti alla moda e intenti in finte conversazioni.

Intorno a ciò, le ombre sfumate delle finestre color ocra brillano senza permettere ai pensieri di fissarsi su di essere. Ma chi c’è dietro quelle tende immaginarie? È qualcuno in grado di meravigliarsi a pronto a orchestrare i luminari oppure è un altro zombie distratto con tanto di frac intento a conversare con la notte che, citando Sarte, “è entrata, dolciastra, esitante, non la si vede ma è qui e vela le lampade?”

Kirchner, “Street scene at night”

È normale spaventarsi dinanzi a questa atmosfera, verrebbe da chiedersi, oppure è tutto perfettamente ordinario? È un caso che nero sia il protagonista che volta le spalle alla folla bianca colorata di tinte spente e che scuro sia anche il cielo distratto lassù, mentre quel bianco smorto che avanza altro non è che una tinta spenta e fittizia che nulla ha da spartire con la purezza della realtà? Realtà che evoca indubbiamente vertigine, senso di smarrimento, disperaziona alle volte in tutta questa folla e quasi nausea: probabiomente questo prova il puntino di fuliggine con il cappello, che cammina per andare chissà dove. Una risposta alla notte potrebbe essere lett anche nelle parole di Jean-Paul Sartre che nel celebre romanzo La nausea, che prende vita in quella stessa Francia che qualche anno dopo avrebbe visitato anceh Munch, s’imbatté in un altro viale particolare, in cui s’intuiva essere accaduto qualcosa di indispensabile.

Avanzando attraverso alti spessori di nero tra linee rigide fuggiasche nella notte, il sentore era quello di non essere di questo mondo, pareva di trovarsi in una dimensione dove l’aria non era né zuccherata ma nemmeno odorava di vino, si era nel luogo in cui era l’ora delle cose vive, impeccabilmente adornate in un blu scuro serale portato in regalo dal freddo di un mese invernale» (Sartre, “La nausea”)

Il Viale Noir di Sartre nella fittizia Bouville potrebbe quasi essere il punto di comunicazione con le luci accese nel viale Karl Johan di Munch, ma quello delle sette e mezzo di sera presentato da Sartre è uno scenario differente, in quanto qui quel sentore di nausea è ormai passato: “è rimasta laggiù, nella luce gialla. Sono felice, questo freddo è così puro, così pura è questa notte; che non sia io stesso un’onda d’aria gelata? Non avere né sangue, né linfa, né carne. Scorrere in questo lungo canale verso quel pallore, laggiù. Non esser altro che un po’ di freddo”.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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