Igort, il primo artista occidentale a realizzare manga

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In quanti sanno che a Tōyako onsen, una moderna stazione termale della prefettura nell’isola di Hokkaido, ci sono più di 10 000 persone che vivono alle pendici del monte Usu rischiando consapevolmente di essere investite dalla potenza della lava? E quale reazione verrebbe spontanea, una volta conosciuta la motivazione per la quale la popolazione decide di non abbandonare la zona, ovvero di ordine religioso? Visitare da vicino questi piccoli centri abitati e cogliere le radici che predispongono ad agire o a non compiere determinate azioni, oltre che interessarsi al culto del dettaglio per il bello, dalla sakura agli altarini in legni e pietre che profumano di antico, è ciò che da sempre ha stuzzicato l’interesse di igort. Pseudonimo di IgorTuveri, classe 1958, è il primo autore occidentale di manga.

Mi piace:
il suono dei geta nelle strade di Tokyo, la musica di Fats alla mattina presto, leggere Cechov quando viaggio, parlare con una bella donna e innamorarmi della sua intelligenza, i quadri di Redon esposti al buio, nei piani alti del Musée d’Orsay, la birra Sapporo bevuta nel 94 a Sendagi. La luce del pomeriggio nella mia casa di Parigi, il frusciare delle palme a Capitana, il telefono che tace, andare al mare di primavera e scrivere, Buster Keaton, capire come un artista ha disegnato una cosa, leggere le lettere, il white russian, stare seduto, immergermi in altri tempi, altri luoghi. Cucinare qualcosa, stare all’ascolto, immaginare come viveva Hokusai, perdermi, emozionarmi davanti a una bella foto, osservare i palazzi e capire chi li ha abitati (Igort)

Reduce dal Premio Romics, nel 2017 l’autore ha pubblicato il secondo Quaderno Giapponese della serie avviata sette anni fa in onore dei ricordi del Sol Levante, dedicandolo al maestro di manga e sua fonte di ispirazione Jirō Taniguchi. Il viaggio (精神的な旅) del poeta pellegrino richiama alla mente le parole di Asai Ryoi:

Vivere momento per momento, abbandonarsi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sakè, consolarsi dimenticando la realtà come una zucca vuota che galleggia sulla corrente d’acqua: questo io chiamo ukiyo, il mondo fluttuante

Nei libri, spesso compaiono le stampe orientali di Utagawa Kuniyoshi, le quali si evocano quello stato di illuminazione improvvisa chiamato Muga, ossia la condizione dell’animo che permette di dimenticarsi di se stessi anche solo per poco, entrando in contatto con uno scenario senza pensieri, in cui ci si può abbandonare al distacco del mondo e della propria corporeità, senza conseguenze. Non è comune riuscire a compiere tale processo coscientemente durante lo scorrere frenetico dei giorni, ma quando capita si ha l’effetto di avviarsi silenti e con l’animo estremamente leggero tra i tetti spioventi imbiancati, remotamente dispersi qua e là negli inverni di qualche villsggio dall’antico nome Vecchio distretto del Fiume Bianco, inventato da Hiroshige e Hokusai. La percezione è quella di trovarsi in un altro secolo, entro le pareti di un mondo ovattato e autonomo nello sconfinato divenire. Il muga che si raggiunge leggendo i manga autobiografici di Igort è possibile grazie al raggiungimento di un’autoregolazione visiva ed emotiva che non sfocia in una visione solipsistica ma semplicemente ci si lascia trasportare, senza aggiunte o ninnoli superflui a completare un quadro ricco e puro nei suoi elementi basilari.

E come in un haiku, all’improvviso nel bel mezzo di una sosta ci si ritrova ad ascoltare un tintinnio lieve di scampanellii lontani, in una bufera fuori casa, a pochi passi ma troppo lontana per ferire.

Igort e Hayao Miyazaki

L’onirico di fondo è in realtà l’accompagnatore costante di una mente che vuole, contrariamente a Baudelaire, allontanarsi dallo spleen ma trovare uno spazio personale di tranquillità nell’enigma confusionario che è la frenesia ripetitiva della quotidianità. Igort è un’ulteriore personalità che, con la sua diretta esperienza e la trasposizione dettagliata di questa, analogamente a Hayao Miyazaki o a Haruki Murakami, cerca di non accontentarsi del mondo così com’è, andando oltre le negatività e cercando di riconnettersi con ciò che legittima il distacco da sè e dalle proprie ansie. Perchè alla fine, per quanto arduo, sarebbe bello riconoscersi realtà adagiate tra “corpi seduti su un gradino che diventano d’improvviso ombre e istantanei echi di telefonate nel buio della notte” che evaporano per non tornare mai più, e chissà se sono mai esistite.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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