Joseph Pulitzer e l’eredità del giornalismo

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Joseph Pulitzer

Nel lontano 10 aprile 1847 nasceva Joseph Pulitzer: a lui dobbiamo la nascita e il prestigio delle scuole di giornalismo e del Premio omonimo, istituito per la prima volta nel 1917.

Di origine ungherese ma immigrato e naturalizzato statunitense, spese la sua vita per il giornalismo, la stampa e la politica. Il suo obiettivo era quello di lasciare le orme di percorsi nuovi, di idee nuove, di menti nuove. Lavorò con impegno all’insegna del successo, della sfida.

Nel corso della sua carriera acquistò il Post, il St. Louis, il New York World, contribuendo a renderlo il primo quotidiano americano.

Nel 1892 propose di associare alla Columbia University una scuola professionale di giornalismo (allora la seconda al mondo), ma la sua richiesta verrrà accolta solo dieci anni più tardi. Peccato che concretamente la realizzazione dell’istituto avvenne nel 1912 grazie alla donazione su testamento di due milioni di dollari che il magnate della stampa fece all’Università, ma purtroppo, morendo il 29 ottobre del 1911, non riuscì a vedere realizzato il suo sogno.

Oggi il Premio Pulitzer è ritenuto il riconoscimento di maggior spicco per la professione di giornalista, di reporter e di esperto dell’informazione, anche se insignisce annualmente anche altri maestri della parola, quali scrittori, drammaturghi, storici, compositori (ad esempio Bob Dylan nel 2008 lo vinse per il suo impegno sociale cantautoriale oltre che per essere diventato simbolo di più generazioni).
Con l’obbligo di essere citati, i giornalisti del Boston Globe che portarono alla luce in una sorprendente inchiesta Premio Pulitzer (2003) centinaia di casi di pedofilia, portando al più grande scandalo interno alla Chiesa nell’ultimo secolo. Il Caso Spotlight (regia di McCarthy) ha abilmente raccontato tutto ciò vincendo il Premio Oscar 2016 come Miglior Film e Migliore Sceneggiatura Originale, a gran merito.

Joseph Pulitzer ha sempre avuto le idee chiare sul mondo del giornalismo. Sosteneva che la divulgazione dell’informazione di per sé non fosse fondamentale se non in relazione al fatto che senza di essa tutto il resto fallirebbe. I fatti hanno diritto di essere portati alla luce. Ogni notizia vive e muore grazie alla sua segretezza. Come disse esplicitamente, è essenziale che si scriva con accuratezza, con semplicità e con dedizione. Le persone devono imprimere nella loro memoria gli eventi, le parole sulla pagina. Devono trarne vantaggio e ispirazione.
premio-pulitzer_image_h_partbEra del parere che la buona riuscita della professione fosse edificante per una corretta società. E sarebbe bello che sia realmente così, specialmente oggi. Voleva un giornalismo pulito, efficace, efficiente, stiloso. Perché lo stile fa parte dell’uomo stesso.

Il giornalismo non è un mestiere per tutti e anche a chi ne è capace non si può insegnare tutto. Perciò erano, e sono, necessarie sia una buona esperienza redazionale sia una solida preparazione scientifica e formativa di base. Ecco perché nacque il bisogno che Pulitzer avvertiva per le scuole di giornalismo, la cui funzione doveva e dovrebbe essere quella di presentare giovani professionisti con la capacità di guardare alla società in modo costruttivo, obiettivo e veritiero. Difatti il nostro personaggio si poneva questa domanda, alla fine della sua vita:

Quale sarà la condizione della società e della politica in questa Repubblica di qui a settant’anni? Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un governo del denaro o dei disonesti?

A tale quesito si potrebbe rispondere tutto, come si potrebbe rispondere nulla. Ovviamente fa riferimento alla sua società americana, ma noi potremmo pensare alla nostra società italiana nella quale, a proposito, il dibattito sulla necessità o meno delle suddette scuole di giornalismo sembra essere incessante. C’è chi dice sì, e c’è chi dice no, per citare una canzone di Vasco.
Ciò che però scandalizza e lascia perplessi sempre più i giovani d’oggi è il fatto che siano proprio firme del mestiere a condannarle, nomi già affermati da decenni, sulla carta e sullo schermo televisivo. La preparazione all’uscita viene messa in dubbio, eppure la fatica compiuta è un dato di fatto e ancor più lo sono gli ingenti bonifici versati per il pagamento delle rette: non si scende sotto i 10 mila euro per il biennio. Dunque questo è un fatto non irrilevante che blocca l’accesso a questo genere di studio – lavoro post laurea, se si esclude la difficoltosa ammissione, dal momento in cui ogni scuola non accoglie più di una trentina circa di studenti.
Per fare alcuni nomi in Italia, Scuola di Giornalismo Walter Tobagi, Master biennale a stampa, radiotelevisivo e multimediale dell’Università del Sacro Cuore, Master biennale in giornalismo dell’Università di Torino o di Bari. Sono undici gli enti che l’Ordine dei Giornalisti (esistente esclusivamente in Italia) accetta per l’avviamento definitivo alla professione. Infatti non bisogna dimenticare che le categorie dell’Albo dei Giornalisti sono due: i pubblicisti e i professionisti, i quali esercitano unicamente tale professione a differenza dei primi.

In conclusione, siamo partiti da Joseph Pulitzer per arrivare alla questione delle scuole di giornalismo, passando dal ruolo di questo mestiere nella società. Non è stato un caso. Perché chi vuole intraprendere veramente tale strada deve essere consapevole della storia passata, dei grandi personaggi che hanno creato e nobilitato la professione. Studiare è importante tanto quanto vivere in prima persona nel nostro mondo, anche se ci fanno paura le ondate tecnologiche e virtuali che sta subendo. Ma c’è un fattore ancor più determinante: credere in quello che si sta facendo, in quello che si sta scrivendo e su ciò che si sta investigando. Perché, alla fine, saranno quel pizzico di creatività e soprattutto la verità riportata che renderanno quel pezzo esattamente riuscito e meritato.

Pulitzer in persona, come tanti altri grandi nomi, ci ha lanciato le prime carte. Sta a noi meritarcele, facendo sì che non diventino solo bozze, ma dei piccoli capolavori.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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