Ferrara ospita Boldini, incantatore delle bellezza di un’epoca fa

Fino al 2 giugno 2019 Palazzo dei diamanti ospita l'artista e la sua passione per la ritrattistica delle voluttuosità passate

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L’ultimo giorno dell’anno del 1842, con il calar degli ultimi festeggiamenti, in quel di Ferrara nasceva Giovanni Boldini. Penultimo di otto figli, ben sei erano le sorelle, così che non appare tanto sorprendente comprendere perchè proprio le donne siano il fulcro tematico dell’arte boldiniana. Come raramente accade, l’iniziale predisposizione e talento del giovane Boldini furono incoraggiati dal padre Antonio, il quale ancora strettamente legato alle ambizioni di perfezione purista, si rivelò il primo vate del ragazzo. Fin dai primi anni e in realtà per tutta la vita, Boldini non apprezzò mai ciò che la convenzione etichettava come rigorosamente idoneo, bensì seguì sempre quei luoghi in cui le anime del tempo andavano ritrovandosi per discutere, bere e vivacizzare animatamente la propria epoca: durante gli anni ’60 fu il Caffè Michelangelo a Firenze e diversi anni dopo toccò al locale parigino Café de la Nouvelle Athènes.

Boldini è un antiaccademico, ma è anche un pittore classico. Il segno, la pennellata veloce non sono una fuga ma una condizione più viva della pittura, un modo per fermare ciò che è instabile, lasciandolo tale. (Vittorio Sgarbi)

Giovanni Boldini, “Ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco”, 1911

Come sottolineato da Vittorio Sgarbi, il tentativo del pittore ferrarese è quello di afferrare la caducità del tempo, che tanto costantemente appare compagno d’avventura e invece altro non è che ingannatore effimero, straziatore di carni e momentaneo incantatore di intimi monologhi sulla bellezza del proprio sè. Non appare forse affascinante ed eternamente giovane la principessa Marthe-Lucile Bibesco nel celebre ritratto del 1911? Non si ha forse la sensazione vivida e densa di poterla osservare da vicino, avvertendo la pregnante regalità setosa delle vesti color pesca a, soavemente confusi con l’incarnato pallidamente evocante nobili rucirdi? E il profilo contornato da tinte nocciola che esaltano i tratti rumeni, non sembrano forse troppo birichini e in contrasto con la precisione dei tratti? L’anticonformismo tipico di Boldini si evince nitidamente sullo sfondo scostante, con spruzzi di bianchi soli e vaporosi abissi scuri che ricordano le gradazioni infinite di verde di Camera d’albergo (1904-1906) di Sargent, che si scontrano e lottano evocanto tramontabili fini e momentanee speranze di voluttuosa giovinezza.

Una cosa bella è una gioia per sempre:
Si accresce il suo fascino e mai nel nulla
Si perderà; sempre per noi sarà
Rifugio quieto e sonno pieno di sogni
Dolci, e tranquillo respiro e salvezza (John Keats, Endimione)

Fino al 2 giugno 2019, Ferrara ha deciso di ripercorrere lo staordinario percorso con cui l’artista è riuscito a captare le essenze dei personaggi di allora, presentando presso Palazzo dei diamanti una rassegna delle opere che vertono attorno al tema della moda. Diversi rimandi sono anche a D’annunzio oltre che a Oscar Wilde, il quale sentenziò che «O si è un’opera d’arte o la si indossa», e poco c’è da obiettare a tale affermazione.

Giovanni Boldini, “La divina in blu”,1905

Che gli abiti servano solo per coprire le imperfezioni è indubbiamente vero, ma è un pensiero estremamente riduzionista, come altresì lo è considerare la moda come unicamente coincidente con l’estetica. Jane Austen sosteneva che «Orgoglio si riferisce a quello che pensiamo di noi stessi; la vanità a ciò che vorremmo che gli altri pensassero di noi», e anche ciò non si può negare sia vero. Ciò che sfugge ai più però, superando quel pensiero spicciolo per il quale le persone seguono la moda e appena passa ne rincorrono una nuova, occorre riconoscere che il vestiario è molto più di questo, basti pensare a Madame juillard in red, che col suo sfavillane rosso parla da sè.

I corpi agghindati del Boldini, se osservati attentamente, si assicurano di risultare non banali raffigurazioni fisiognomiche bensì assumono le sembianze di autentici ritratti d’animo: non solo blu fintamente elettrico celatore di vanità improvvise, bensì un contrasto di sè col bianco fugace in gioco con un tratto di rossetto. 

Giovanni Boldini, “Woman at a pia no”, 1870

Già, il tempo. Ne hanno parlato e straparlato in tanti, riconoscendone l’inevitabile presenza e le inevitabili conseguenze, eppure ognuno tenta di intrappolarne la schizofrenica velocità con la quale tira avanti come in un sogno. Boldini ha tentato di fermarlo con dei merletti azzurrini o con lo chignon corvino di Rita de Acosta Lydig nel suo celebre ritratto, e che dire dell’improvvisa fascia nera che percorre l’abito candido della Contessa Zichy (Ritratto ella contessa Zichy, 1905), stringando quel bianco di antichi scrigni imperiali evocanti gelidi inverni? E cosa evocano quei Peaceful days (1875), che sono l’antonomasia di una quotidianità borghese in cui tutto è nobilmente statico eppur oggi comunque senza considerazioni dimenticato? Nemmeno quella Donna al piano (1871-1879) col suo strascico di giallo tra frastagliati ricordi e una poltrona pervinca rimarrà nitida nel non scomparire, eppure Boldini le ha comunque garantito un’occasione in più.

Boldini pennella rapido come un’espressionista la candida bellezza delle dame del presente, immortalandole nelle loro peculiarità fiorenti, ricoperte da merletti azzurri e finte coperture, improvvisando le carni scoperte ricordando vagamente Klimt e la sua Danae ricoperta d’oro da Zeus e alle volte invece le scopre guardinghe nella contemplazioni interiori delle rispettive vanità.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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