I grandi saggi – Il test del marshmallow, la psicologia dell’autocontrollo attraverso la resistenza ai dolcetti

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Ad occhio e croce, comparve in Italia con la traduzione, non poi così accattivante, di “toffoletta”, ed era un oggetto più o meno misterioso che Snoopy arrostiva ad un fuoco da campo infilzato su un bastoncino durante il campeggio con Woodstock ed i suoi amici. Poi venne Ghostbusters, nel 1994, ed il marshmallow assunse le sembianze di un mostro gigante antropomorfo. Attualmente, in generale è noto di cosa si tratti: un cuscinetto di zucchero gommoso, dai colori pastello, dall’aspetto simile ad un grumo di cotone per struccarsi e dal sapore pressoché identico. Negli Stati Uniti, però, è un dolcetto iconico, soprattutto per i bambini di età prescolare: tanto che lo psicologo Walter Mischel e la sua equipe all’università di Stanford ne fecero negli anni ‘60 la base di un test comportamentale sull’autocontrollo, la forza di volontà e la gratificazione differita. Il test del marshmallow, che è anche il titolo del saggio omonimo (col sottotitolo, Padroneggiare l’autocontrollo).

Walter Mischel

Diventato nel corso degli anni uno degli esperimenti di psicologia più noti, tanto da trovare a buon diritto un posto anche nell’iconografia popolare, Il test del marshmallow si riassume abbastanza semplicemente. Una serie di bimbi vengono messi di fronte ad una scelta: ottenere un dolcetto immediatamente, oppure averne due aspettando un certo lasso di tempo. Questo, di base; naturalmente, le variabili sono diverse: età e genere dei soggetti, visibilità o meno del premio, il tempo di esposizione al test, il commento al test da parte dei somministratori, ed altro ancora. In certi casi, un vero e proprio supplizio di Tantalo.

Gratificazione istantanea, l’essenza della leadership, dicono molti studi sulla manipolazione delle persone: ovviamente, leadership di basso profilo, come nelle strutture a catena piramidale, o nelle strutture fortemente autoritarie. Sensibilità al rifiuto, depressione, profezia autoavverante, sistema immunitario psicologico, bias ottimistico: le parole chiave di Il test del marshmallow sono molte, ma quella intorno a cui ruota l’intero test, e con esso il saggio, è autocontrollo. «Quando mi chiedono di riassumere il senso ultimo delle mie ricerche sull’autocontrollo, ricordo sempre il famoso “cogito, ergo sum” di Cartesio. Le recenti scoperte sulla mente, sul cervello e sull’autocontrollo ci permettono di trasformare la sua asserzione in “Penso, dunque posso cambiare ciò che sono”».

Da questo punto di vista, gli studi di Mischel esposti in Il test del marshmallow (pubblicato in Italia da Carbonio editore) sconfinano verso il manuale di pensiero positivo da coach motivazionale: l’autocontrollo di Mischel ha infatti un fine eminentemente pratico, che è quello del  successo. Gli esiti, nel senso più ampio del termine, del test del marshmallow dicono con chiarezza che maggiore è l’autocontrollo che l’individuo è in grado di esercitare su di sé, maggiori sono le probabilità di successo dello stesso nel corso della propria esistenza. Nelle innumerevoli citazioni e riferimenti che il saggio propone, vi è anche la valutazione che Bruce Springsteen dà del proprio successo, secondo il cantante dovuto al fatto di aver lavorato più di chiunque altro. In effetti, la costanza, l’applicazione e, appunto l’autocontrollo sono sempre elencati tra le qualità positive che portano al successo – le occasioni si presentano a coloro i quali sono preparati per coglierle e così via. Al di là dell’applicazione, però, o come suo prodromo, è necessario possedere le doti necessarie ad esercitarla: stiamo parlando, appunto, dell’autocontrollo (con buona pace del I want it all, and I want it now che cantava Freddie Mercury con i Queen).

Il test del marshmallow si sviluppa su una pletora di piani diversi, incluso quello genetico e quello cognitivista, riprendendo per certi versi quanto introdotto da Chomsky sul patrimonio cognitivo di base degli esseri umani, ma ogni forma di apprendimento viene presentata come una chiave potenziale per l’ottenimento del successo, concetto peraltro non meglio specificato: nelle esperienze personali presentate da Mischel, il successo sembra coincidere col riconoscimento accademico, ma sovviene facilmente La ricerca della felicità (inteso più come libro autobiografico di Chris Gardner che come film, ovviamente) nel quale, al di là della facile commozione, la felicità viene a coincidere col potere economico.

Il test del marshmallow verte quindi intorno all’autocontrollo, e questo a sua volta viene presentato, almeno inizialmente, come capacità di procrastinare una soddisfazione immediata nella prospettiva di una più allettante ricompensa futura. Questa recensione è stata terminata verso le 10 del mattino, ora in cui il sottoscritto ha già divorato tutte le frittelle di zucchine preparategli da sua moglie e che dovevano fungere da pranzo: è evidente che il sottoscritto avrebbe ottenuto un punteggio infimo nel test del marshmallow, e la totale assenza di successo prodotta negli ultimi 52 anni dal sottoscritto è una piccola conferma della validità delle tesi del test stesso (a parte il desolante paragone con la forza di volontà dei bimbi del test destinati poi ad avere successo nella vita). Senza contare, ovviamente, che non parliamo di formule certe né immutabili, stante l’enorme mole di variabili che influenzano il corso di un’esistenza.

Nondimeno, Albert Einstein disse, forse, che bisognerebbe cercare di diventare persone di valore piuttosto che di successo: anche qui, però, lo spazio all’interpretazione sulla definizione di “valore” sarebbe enorme. Il test del marshmallow, però, non è un testo di filosofia, bensì di psicologia, e di estremo interesse per le applicazioni pratiche, puntando decisamente, in un mondo ideale, ad avere il controllo  della propria vita.

Perché andando a modificare il modo in cui pensiamo, cambierà anche quello che sentiamo, che facciamo e che possiamo diventare

Certo, partendo dal presupposto che cambiare sia sempre necessario (un altro ambito esperienziale e psicologico si potrebbe aprire qui): ma che cambiare in meglio (?) sia sempre possibile pare proprio essere una delle tesi inespresse de Il test del marshmallow. Del resto, l’ultimo paragrafo del saggio è intitolato La natura umana. e conoscendo la natura umana, come non pensare che cambiare sia necessario?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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