A Pemba, Tanzania: l’isola che (non) c’è dove opera la Fondazione Ivo de Carneri, tra cooperazione, formazione e amicizia

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Il bene si fa in silenzio, il resto è palcoscenico. Intellettualmente, abbiamo sempre aderito al concetto di questo aforisma; ma bisogna riconoscere, la vita è fatta di eccezioni e distinguo, che vi sono delle soglie critiche oltre le quali, anche per operare per il bene, è necessario che la cosa si sappia. In questo medio albergato dalla virtù si colloca la Fondazione Ivo de Carneri, che pratica gentilezza e atti di bellezza, ma non a casaccio né privi di senso. E li pratica da venticinque anni, ormai.

Il professor Ivo de Carneri

La missione della Fondazione Ivo de Carneri, volendo, si riassume in due righe, come si può leggere sul sito web: «la promozione della lotta alle malattie parassitarie e la partecipazione a progetti per la crescita economica dei paesi in via di sviluppo e l’incremento degli studi di parassitologia». Il che, accade a Pemba: a questo punto, sia navigando che parlando con Michelangelo Carozzi, responsabile delle attività della Fondazione, si apre, realmente e virtualmente, un ipertesto, coi rimandi, spiegazioni e precisazioni che si susseguono dispiegando un mondo: dal che, ci si accorge che in realtà, riassumere il lavoro della Fondazione è un’impresa, altro che due righe.

A partire da Pemba, appunto, l’isola dove la Fondazione Ivo de Carneri opera, isola che (non) c’è nell’arcipelago di Zanzibar, Tanzania, a circa otto ore di aereo dall’Italia. Più o meno, seconda stella a destra: mille chilometri quadrati per quattrocentomila abitanti, un paradiso terrestre che è situato in una delle aree più colpite al mondo dalle malattie parassitarie. In particolare, nel 1988 il professor Ivo De Carneri si era recato a Pemba per la verifica dell’efficacia di una campagna per il controllo della schistosomiasi. Da lì, nel 1994, partì la Fondazione Ivo de Carneri, voluta dalla famiglia per commemorare il professore dopo la prematura scomparsa; da lì, un’attività particolare, complessa, apprezzata, che dura da cinque lustri e si propone di continuare il più a lungo possibile.

«Ci sono alcune parole-chiave fondamentali per capire la presenza e l’agire della Fondazione Ivo de Carneri sull’isola di Pemba» – ci spiega Michelangelo Carozzi – «Ricordo, del professor Ivo de Carneri; formazione, perché l’attività della Fondazione si svolge quasi esclusivamente con personale locale che viene appositamente istruito con corsi specialistici di alto livello, ad esempio di semeiotica ed ecografia; prevenzione, naturalmente, che è la modalità più efficace per combattere le malattie parassitarie; e infine progetti, socio-economici nella fattispecie, poiché la Fondazione Ivo de Carneri si occupa a Pemba anche di un Progetto Allevamento ed un Progetto Agricoltura».

La Fondazione Ivo de Carneri è l’unica ONLUS che opera sull’isola di Pemba: più che accettata dalla comunità locale, perché tutto questo complesso ed articolato agire – a casa loro – punta direttamente in una direzione che in questo strano mondo può apparire particolare. La Fondazione Ivo de Carneri punta infatti alla responsabilizzazione della comunità locale stessa circa la gestione dei progetti (che da poco comprendono anche un progetto di turismo solidale): in sostanza, non solo aiuto a casa loro, ma integrazione a casa loro, impiegando al momento ben 51 persone completamente formate, dal punto di vista sanitario e non solo.

Una realtà come la Fondazione Ivo de Carneri può difficilmente essere compresa, anche volendola parcellizzare in parole chiave, anche perché l’ampiezza del suo valore va ben al di là della somma algebrica degli aspetti che la compongono. Non ultimo, perché in quest’isola che (non) c’è, vi sono valori aggiuntivi difficilmente quantificabili. La Fondazione Ivo de Carneri ha dei costi, ovviamente, e la sua esistenza si basa esclusivamente sulle donazioni, come il 5×1000: una sussistenza non semplice, ma alla quale la famiglia De Carneri e la Fondazione stessa desiderano rimanere fedeli.

Perché dopo 25 anni, il compito di questa singolarissima Fondazione, che parla del bene che fa solo nella misura in cui ciò è funzionale al raggiungimento dello scopo primario, ossia continuare a farne, non ha finito. «Così come non abbiamo finito di ricordare Ivo de Carneri attraverso la memoria scientifica, così non abbiamo finito di agire sulla comunità – ci dice ancora Carozzi – Il nostro scopo, che abbiamo parzialmente raggiunto ma necessita ancora di applicazione, è quello di elevare lo stile di vita di Pemba dalla pura sopravvivenza ad una vita vera e piena.»

Ma l’elemento determinante, l’aspetto imponderabile, è il fattore umano. Non la cruna dell’ago, ma il plus: l’amicizia, il senso di appartenenza ad una vera e propria famiglia che, ci ha spiegato Carozzi, è fondamentale per essere accettati e poter operare efficacemente in Africa. La Fondazione Ivo de Carneri è un esempio di integrazione, al più alto livello e nella migliore accezione del termine.

Si vede che tra le parole-chiave fondamentali per capire l’operato e la natura della Fondazione Ivo de Carneri ne mancava ancora una: rispetto.

http://www.fondazionedecarneri.it/

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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