06/04/2009 – 06/04/2019: dieci anni senza L’Aquila

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L’Aquila, 3.32 del 6 aprile 2009.

Un boato squarcia la notte, la terra trema, le vie si riempiono di macerie e di urla.

L’Aquila dopo il terremoto e com’è oggi

Chi, come me, ha vissuto il sisma di riflesso, non può capire appieno il dramma di quella notte. Noi non abbiamo avuto paura che la casa si trasformasse in una tomba. Non abbiamo dovuto piangere amici e famigliari. Non abbiamo provato il senso di sopraffazione e di vuoto che si lascia dietro un terremoto

Le prime immagini, al mattino, sono un bollettino di guerra: raccontano di una città cancellata, di macerie ovunque, di centinaia di morti. I numeri dei giorni seguenti daranno un’idea dell’entità del disastro: 65.000 sfollati, 1.600 feriti, 309 vittime.
I terremoti hanno martoriato la nostra terra da secoli e secoli, città distrutte e ricostruite più magnificenti di prima, terrore e spirito di vita indissolubilmente legati. Conscia di ciò, ho sempre immaginato che L’Aquila sarebbe tornata ai suoi antichi fasti, che sarebbe rinata dalle sue stesse ceneri più bella e più forte di prima, che la città avrebbe brulicato di vita nuova.

Basilica di Santa Maria di Collemaggio

Da quella terribile notte sono trascorsi dieci anni di promesse e di speranze. L’Aquila, novella Pompei, con il suo centro storico che fatica a tornare in vita, ma il cui notevole patrimonio artistico sta per essere in parte riconsegnato agli aquilani e all’Italia intera. San Bernardino, la basilica di Santa Maria di Collemaggio, le Anime Sante sono state restituite alla collettività, finalmente fruibili da tutti. E se la ricostruzione privata veleggia verso orizzonti più limpidi, lo stesso non si può dire per il pubblico con abitazioni e scuole ancora inagibili, un tessuto sociale totalmente inesistente.

Una città che viene ricostruita com’era dov’era, quando invece si sarebbe potuto fare molto di più, trasformando L’Aquila in una città della cultura, valorizzando le sue eccellenze; sarebbe potuta diventare una città di turismo, un turismo di montagna sostenibile, a due passi dal Gran Sasso; avrebbe potuto riprogettare se stessa come città verde, proiettata verso il futuro, riconvertendosi, migliorando la qualità della vita, puntando sulle energie rinnovabili.
Sarebbe stato bello chiedersi su quali basi, con quali prospettive e verso quale direzione ricostruire L’Aquila, ma non si è ragionato sulla nuova identità che la città avrebbe potuto darsi. È mancata la lucidità di chiedere un cambiamento che non derivasse solamente dal miglioramento sismico, ma che spingesse una città a tornare ad occupare il ruolo che ha sempre avuto nella storia del nostro Paese: caso unico del Medioevo italiano, crocevia di importanti traffici commerciali, fulcro storico culturale sotto gli Angiò, luogo di incoronazione del pontefice più celebre della cristianità, Celestino V.
È insopportabile, a dieci anni dal terremoto, vedere L’Aquila senza un’identità, che fatica a riconoscersi, con i suoi abitanti ancora sfollati e il centro storico un guscio vuoto. E fa ancora più male sapere che il sisma aquilano è stato il quinto più forte mai avvenuto in Italia con i suoi 6.3 gradi della scala Richter: una magnitudo non catastrofica per luoghi quali San Francisco o il Giappone, ma che in Italia causa vittime e distruzioni. Un Paese il nostro in cui la prevenzione è un’allucinazione, in cui costruire abitazioni a norma è impensabile e costruire abitazioni a norma per di più in luoghi ad elevato rischio sismico è praticamente inconcepibile.

Fasi di ricostruzione delle Anime Sante

A dieci anni di distanza ripenso alle risate di coloro che sghignazzavano pensando alle future commesse, ma anche ai politici scesi in passerella con quei sorrisi da attori hollywoodiani e le promesse da marinaio. Ripenso a quegli attimi di puro terrore, ai bambini che non sono mai diventati grandi, agli studenti che sono morti lontani da casa, agli aquilani rimasti sotto le macerie. E penso ai sopravvissuti, che hanno visto le loro vite andare in pezzi, che hanno perso amici e parenti, case e ricordi di una vita. Che hanno perso la loro città. E che con forza e determinazione si sono rimessi in piedi.

E se gli aquilani hanno ripreso in mano le redini delle loro vite, a L’Aquila vedo cantieri, macerie, gru, il centro storico come la scenografia di un film a cui mancano gli attori. A L’Aquila non vedo persone che passeggiano per le strade, turisti, bimbi che corrono, cani.

Perchè L’Aquila è un fermo immagine….aspetta che qualcuno prema play per poter tornare a vivere.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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