Que viva Francesco De Gregori, fine cantore d’Italia

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Que viva Francesco De Gregori, fine cantore d'Italia e dell'anima universaleLa domanda si potrebbe formulare così: voi, con quale motivazione assegnereste il Nobel per la Letteratura a Francesco De Gregori?

Noi siamo anime semplici, in fondo ci basterebbe anche un semplice elenco, nemmeno delle tavole sinottiche, dotate di legenda, note a margine e piè di pagina e rimandi: una pura e semplice elencazione, come potrebbe fare un bambino dell’asilo alle prese con gli amichetti da invitare alla propria festa di compleanno. Perché, Francesco De Gregori, nato a Roma il 4 aprile del 1951 e che quindi oggi compie 68 anni, ha scritto Alice, Rimmel, Generale, Pablo, Sangue su Sangue, Buonanotte Fiorellino, Adelante adelante, La storia, Titanic, La leva calcistica della classe ’68, Ma come fanno i marinai, Banana Republic, Il bandito e il campione, La donna cannone, Viva l’Italia, Niente da capire, e già qui sarebbe sufficiente.

Que viva Francesco De Gregori, fine cantore d'Italia e dell'anima universale
De Gregori e Dalla

Sufficiente per tutto, intendiamo: per giustificare un Nobel come quello, sacrosanto, assegnato a Bob Dylan (e De Gregori canta Dylan, anche), per spiegare perché Francesco De Gregori è uno dei più grandi artisti che l’Italia abbia mai avuto – artisti, come vuol essere definito lui stesso, non semplicemente cantautore o poeta (che pure si attagliano alla perfezione). Ma il “problema” di un Premio Nobel non si confà, in fondo, ad un De Gregori che in mezzo secolo affronta e canta l’impegno civile e la poesia, la cronaca e la letteratura, il disagio mentale, la politica, Israele e Palestina, mafia, droga, aborto, la guerra nell’animo umano, la Storia, l’esistenzialismo, il futuro, lo smarrimento generazionale, la dicotomia tra Legge e Giustizia. Dylan canta Hurricane, De Gregori canta Sante Pollastri.

Max Klinger, ispirazione per “Un Guanto”

Tutto questo e molto altro, lo fa con musica di altissimo livello qualitativo, toccando e realizzando una sequela ed una commistione di generi, dal rock al folk, pop e jazz; lo fa da solo, o assieme a Lucio Dalla, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Ron, Amedeo Minghi, Marisa Sannia, assieme a insieme a Giovanna Marini (con cui realizza un disco di canti popolari e sociali italiani, Il fischio del vapore, ottenendo una inaspettata affermazione di vendite e un’ennesima Targa Tenco nella categoria interpreti), Fabrizio De André, Ivan Graziani, Battiato, Nicola Piovani, Fiorella Mannoia, Pino Daniele – e tacciamo, si fa per dire, delle interazioni con Vasco Rossi, Roberto Vecchioni, Bennato, Ligabue.

Un enorme mistero, “La Donna Cannone”

Lungi da noi, Prichard, vogliamo valutazioni qualitative anziché quantitative: ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad una produzione immensa, alle folle oceaniche portate negli stadi (al netto delle polemiche degli insipienti su chi abbia iniziato questa non finita stagione) a sentire di «colonne di guanti che risalgono la corrente» presi paria pari da Max Klinger, ché è anche criptico De Gregori, ermetico quasi e per giunta sin dagli esordi, da quei «gatti che girano nel sole» e usa con sapienza e senza parsimonia sinestesie e metafore che complicano la comunicazione di De Gregori. Eppure il messaggio, i messaggi arrivano forti e chiari, come un messaggio che arriva «da Vienna a Chicago in poco meno di un secondo», più forti persino della censura che blocca «un cancro nel cappello».

Ah sì, l’amore: quello vero, quello falso, quello disperato, quello malinconico come chi aspetta nella pioggia per sei ore il proprio amore ballerina, quello per il proprio cappello, quello per cinque figli che non tornano dalla guerra, di amore De Gregori ne canta tanto e mai in modo banale, con questi cuori che tremano per un calcio di rigore, per la bicicletta e le imprese dell’amico campione, per la moglie ingrassata come la foto, questi cuori da gettare oltre le stelle o da trascinare avanti «dai Campi Elisi fino alla Grand Arche».

E poi, quando Francesco De Gregori è già Francesco De Gregori, che «Non voglio trovare antidoti» dice «ma solo lanciare un allarme», se ne esce con due album costituiti interamente da capolavori (sempre a nostro insindacabile giudizio, naturalmente): nel 1996 Prendere e Lasciare, nel 2005 Pezzi. Album impareggiabile e duro, quest’ultimo, da togliere la pelle, che disturba come una mosca che ronza sul foro di pallottola nella schiena, lascia spazio come sempre ad un firmamento di possibilità interpretative. Per noi, è un disco che più d’ogni altro canta un tema caro a Francesco De Gregori, che raramente viene esplicitato, la sconfitta, che permea praticamente tutte le canzoni che abbiamo elencato sopra, e altre ancora: ma in Pezzi è sconfitto il soldato del Panorama di Betlemme (due volte, dal colpo alla schiena e dalla mosca che lo tormenta: e forse anche dagli stivali che non riesce a togliere), è sconfitto Gambadilegno a Parigi (perdente storico ma senza resa), è sconfitto chi con la testa nel secchio deve bere acqua e sale per non affogare, sono sconfitti tutti i Numeri da Scaricare, è sconfitto Celestino invitato ad andare in Africa. Soprattutto, siamo sconfitti tutti noi, ci piaccia o meno: ognuno è fabbro e complice della sua sconfitta, ognuno merita il suo destino: viva l’Italia, lo sappiamo bene, anche grazie a Francesco De Gregori.

Il quale canta tanto quanto, e altrettanto bene, del Nobel Bob Dylan: ma lo fa in italiano, e non è una differenza da poco. In tutti i sensi. Viva Francesco De Gregori.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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