Edward Hopper e Robert Frank, due ombre in solitaria nel viaggio americano

Il 5 aprile, il Let's di Milano dedica una serata al distacco e ai suoi osservatori

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Velocità siderali

In giapponese c’è un termine che indica la nostalgia connessa al paese natìo: furusato. Tale languore malamente mascherato dagli anni che avanzano, riporta costantemente la mente entro le fila di un pensiero antiorario, evocante le proprie primigenie scoperte proustiane, quando le occhiate al mistero del grande mondo erano frequenti, in un pullulare di intermittenti domande che ormai son solo cimeli mnestici ancorati nell’impeccabile transitorietà eterna del tempo eraclitiano. Allo stesso modo, il languore dell’allontanamento da qualcosa per sondare lande invisibili o mai esplorate dall’uomo, coi suoi idilli fantastici e le ipotesi sugli incontri e le proposte della strada, caratterizza il viaggio del fotografo Robert Frank, che con la  sua auto idealmente futurisca sfreccia a velocità siderali nel buio della notte, per poi fermarsi a spiare:

cartelli bianco pallidi nella sera in una regione senza nome; sparsi per gli U.S.A. dove i semafori con la luce rossa sembrano trasmettere l’imminenza della pioggia mentre quelli con la luce verde un senso di lontananza, neve, sabbia…(Jack Kerouac, Sulla strada verso la Florida insieme a Robert Frank, 1958)

Edward Hopper, “New York Movie”, 1939

E ancora, Edward Hopper, che della solitudine e del distacco da hic et nunc fece i baluardi ricorrenti della sua arte. Un’arte che non ha bisogno di filtri e nemmeno di eccesivo rigore: per andare oltre e incontrare l’animo umano, scandagliandolo, è sufficiente ritrarlo nella sua amibiguità trasognante e pallidamente irrealistica. Come verrà spiegato il 5 aprile dalle ore 20:00 al Let’s di Milano, Hopper era convinto che ritrarre le metafisiche pulsionali degli esseri viventi fosse un’operazione delicata ma quanto mai necessaria: quale altro elemento è più chiaro e costante a chiunque se non la perfetta non certezza dei pensieri altrui? Quanto spesso capita di domandarsi, senza risposte assolute, cosa stia farfugliando tra sè e sè quella donna bionda, vestita elegante e col dito che si muove freneticamente attorno alla bocca? In quale realtà a occhi spalancati si trova ora?

Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo (Edward Hopper)

Parigi fu una tappa fissa sia per il fotografo che per il pittore, che con le loro tecniche magistralmente affinate nell’osservazione emotiva captarono le essenze stesse delle emozioni e degli azzardi di stati d’animo, restituendone dei capolavori fedeli e dalle tinte universalmente riconoscibili. La capitale francese offrì molto a Hopper specialmente nella fase della scoperta di una propria tecnica, permettendogli di osservare una vasta gamma di pensieri eterogenei tra loro, in quanto Paris andava ospitando tutte le nuove correnti emergenti.

Edward Hopper, “Benzina”, 1940

Hopper e Frank furono entrambi abili osservatori del distacco, partecipi adulatori del silenzio e dei colori del giorno che della notte s’innamorano per poi ripitturarsi di sè all’alba, e nel silenzio delle sporadiche distrazioni s’apprestarono a scattare un’istantanea consegnandola a chi è troppo preso da futili occupazioni per rendersi conto del metafisico silenzio che avvolge ogni cosa, universo, persona.  Non si è più soli accidentalmente quando si è distesi su un prato con le stelle fredde di lassù, forse. Probabilmente, nel crepuscolo in arrivo con le tinte malcesini, il semplice meccanismo di toccare la rossa pompa di benzina parrà confortante, perchè le luci artificiali mischiate al calore sfiorente nelle tinte scure imminenti garantirà una certezza effimera della propria utilità.

Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa (Edward Hopper)

E se Hopper con Benzina e i brulli colori della steppaglia marrone su sfondo notturno rievoca le pellicole di Alfred Hitchcock, altrettanto fa Robert Frank quando cattura i profili netti di una donna floridamente bionda e solo apparentemente perfetta accompagnata da quella figura quasi di spalle tinteggiata di corvino sullo sfondo. Gli uccelli non è mai stato un film tanto reale quanto non lo sia nelle opere di Hopper e nelle opere di Frank.

In verità, dalla sua casa a Cape Code o scorrazzando per l’America stile Beat, entrambi ritrassero la protagonista: è la notte con i suoi alleati, fischiosamente presenti e avvolti nelle alture nebbiose di qualche fantasia di passaggio, che accoglie con quei beffardi opsiti vividamente luccicanti chi, forestiero, riflette sulle proprie incomprensioni e le ritrova lassù, avvinghiate sui tetti americani, momentaneamente ebbre d’illusioni. La notte e la sua solitudine, come quella avvertita da chi realizza di essere solo di passaggio in un ciclo continuo di tinte colorate e foto in bianco e nero.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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