Danilov il violista, nella migliore tradizione del romanzo russo un demone a contratto parla di un’umanità intermittente

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Non faremmo torti, né a Vladimir Orlov né al suo eroe, Danilov il violista, se puntassimo decisamente a sottolineare l’aspetto comico del romanzo, perfetto comico pirandelliano ovviamente. Magari, proprio a partire dal “mestiere” di Danilov: no, non il “violista” appunto, suonatore di viola in orchestra, ma quello di “demone a contratto”. È indubbio, però, già questo incipit è sufficiente a far intuire che ci troviamo di fronte ad un’opera quantomeno singolare, fidandoci anche dell’esperienza sulle tradizionali capacità affabulatorie degli scrittori russi.

In effetti, Danilov il violista ha molto della fiaba. Fiaba russa, certo: Vladimir V. Orlov (1936 – 2014) è stato uno scrittore russo di fama internazionale, che la tradizionale lungimiranza italica ha sostanzialmente tenuto alla larga da noi fino ad ora, perfino col suo capolavoro che data già 1980, determinando una lacuna colmata solo ora da Carbonio editore, che presenta la prima traduzione integrale italiana di questo peculiare romanzo.

Quasi 500 pagine straripanti, conta Danilov il violista: protagonista assoluto Volodja Alexandreij Danilov, meticcio di padre demone e madre terrestre, residenza appunto terrestre ma impiego a contratto come demone, con seri problemi nello svolgere correttamente il proprio lavoro, cosa che gli procura notevoli guai con la Direzione, fino ad arrivare ad una fatidica convocazione fissata per una fantomatica “ora X”. Sono stati scomodati Bugakov e Gogol’, per descrivere la scrittura e l’intreccio di Danilov il violista, Il maestro e Margherita e il Faust, ma bisognerebbe parlare anche di Kafka e Buzzati, e non dimenticarsi di toccare anche Asterix: perché l’abbondanza descrittiva russa, la minuziosa attenzione anche al minimo dettaglio (il cibo, la sua descrizione, l’importanza sociale e psicologica) va qui di pari

Vladimir Orlov

passo con quello che viene comunemente definito realismo fantastico (come non pensare a Le uova fatali?), declinato però anche con i crismi del realismo magico sudamericano.

Insomma, Danilov il violista ha e dà millemila riferimenti, e quindi si configura come un’opera unica, la cui trama è da seguire come un fio d’Arianna tra comicità appunto, acrobazie lessicali, agganci folclorico-mitologici, il tutto innestato sul tema principale, che è una (quasi tradizionale) feroce, vivida critica grottesca dell’apparato burosaurico russo – da qui, i riferimenti a Kafka ed ai suoi Processi, ad Asterix coi moduli reali o fasulli, che tocca il suo apice ovviamente con la convocazione all’Ora X presso la Cancelleria dei Nove Livelli.

Naturalmente, nella sua esistenza divisa tra una natura duplice e ambivalente (Jeckyll – Hyde? Doppelganger?) ruotano il tema dell’amicizia, dell’amore per una terrestre e quello per la musica, con protagonista una preziosa viola Albani. «E la freccia di cristallo del destino, sommessa e dolce, si conficcò sotto la scapola sinistra di Danilov». La scrittura di Orlov è affascinante, al servizio di una trama che esonda dalla rigorosità per traghettare, a volte, verso il puro piacere del linguaggio e dell’invenzione fantastica (Il NY Times parla nella sua recensione di “satira fantascientifica”, e qui non siamo d’accordo: fantastica sì, fantascientifica, fondamentalmente no).

Tutto si mise a vorticare, a sussultare, il gatto Baster con un’onda d’aria venne rispedito indietro nelle terre d’Egitto, i mobili, le stoviglie, i libri… tutto venne risucchiato in quel folle vortice. Poi ogni cosa tornò al suo posto, e sulla scrivania di Danilov si materializzò la dèmone Anastasija, della schiatta di Smolensk, pulzella cavallerizza, passionale, esultante, pronta a soddisfare la sua sete d’amore, calpestando con i suoi meravigliosi piedi nudi gli appunti di Danilov dei corsi serali.

Forse non servirebbe dirlo, ma tanta bizzarria non è fine a sé stessa, tanta dovizia di abilità descrittiva, invenzione e figure retoriche non seve solo a stupire, per quanto lo stupore pervada costantemente la lettura di Danilov il violista: al contrario, va ricercata nel testo la profonda conoscenza dell’umanità, di Orlov attraverso Danilov, che osserva gli umani con tutti i loro enormi ed imperdonabili difetti, senza riuscire a provare odio per essi.

Anche perché non va mai dimenticato che Danilov il violista è solo un demone a metà, diviso, interrotto. Straordinariamente umano.

In fondo, chi meglio di un demone a contratto può capire, e perdonare, noi, che siamo in fondo solo esseri umani a intermittenza?

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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