Max Ernst, gli occhi avidi che scrutano l’inconscio

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L’antipapa – 1942

Maximilien Ernst nacque il 2 aprile 1891 a Brühl, nei pressi di Colonia, artista consegnato alla storia dell’arte come uno dei più importanti artisti surrealisti.
Fin dalla tenera età fu chiaro, anche al padre severo, l’eccezionalità del talento dell’artista, che renderà visibile l’inconscio soggettivo.
Pittore e scultore surreale e innovatore, acclamato dalla critica e dagli amici, in lui convissero tumulti e fervore genio e sregolatezza, istinto e introspezione.

L’inclinazione artistica si manifestò in Ernst dopo gli studi di filosofia e storia dell’arte, dai quali attinse ispirazione e vitalità oltre che dalla psicanalisi di Freud e dalle ricerche Dada. Ben presto però prese le distanze da quest’ultimo movimento che negava ogni riferimento figurativo, firmando a Parigi nel 1924 il Manifesto del Surrealismo redatto da André Breton che si conclude con i poetici e visionari versi:

Quest’estate le rose sono azzurre; il bosco è vetro.

La terra drappeggiata nelle sue fronde mi fa tanto poco effetto come un fantasma.

Vivere e cessare di vivere, sono soluzioni immaginarie.

L’esistenza è altrove.

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L’évadé de l’Histoire Naturelle – 1926

Il teorico definì Ernst «uomo delle possibilità infinite» evidenziandone la complessa personalità e l’eccezionale capacità inventiva. L’artista credeva che il cambiamento, la sperimentazione e le contraddizioni fossero il motore della creatività. L’arte doveva necessariamente essere un ibrido tra vita e morte, sogno e realtà, dramma e piacere. Nella sua ricchissima produzione mondi diversi vengono rielaborati attraverso l’immaginazione, come nel quadro Biciclette graminacee del 1921, dove le forme vegetali  diventano macchine inutili con ruote e catene.

Lo stesso processo di astrazione è la matrice del È il cappello che fa l’uomo con il cilindro come  fulcro della composizione, esempio di dissacrazione ironica dei luoghi comuni.

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L’habillement de l’épousée (de la mariée) – 1940

A Max Ernst  si deve l’ideazione del frottage nel “giorno memorabile” 10 agosto 1925, come l’artista stesso lo definì.  Nel 1972 chiarì come lo studio del Trattato di pittura di Leonardo da Vinci lo avesse incoraggiato ad osservare e ricercare nelle macchie sui muri, nelle nubi o nella cenere del focolare ispirazione artistica. Di conseguenza fu quella “insopportabile ossessione visiva” a spingerlo a cercare nuove immagini prodotte dallo strofinamento della matita su un foglio, poggiato su una superficie ruvida.
Anche il collage fu molto impiegato dall’artista come metodo di scomposizione e ricomposizione della realtà e come lui stesso spiegò, con tono irriverente e provocatorio, è «quello che si farebbe smembrando una rana e formando con gli organi isolati una farfalla, o una lampada». Nel 1929 pubblicò il primo dei suoi romanzi-collage, La Femme 100 têtes.
Entrambe le tecniche furono uno strumento per rendere visibili i mondi interiori dell’artista e le rappresentazioni fantastiche divennero, come nella psicanalisi, proiezione consapevole di se stesso.

Ernst scelse nella costruzione delle opere una logica capovolta, prediligendo le contraddizioni e la negazione di ogni riferimento reale. Affascinato dai colori brillanti e dalle atmosfere metafisiche di De Chirico, si lasciò conquistare anche dalla magia del cinema e nel 1930 partecipò con Salvator Dalì al film L’age d’or.

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Max Ernst e la sua prima moglie, Peggy Guggenheim, alla galleria da lei fondata Art of This Century, New York (ca. 1943)

L’obiettivo di ogni creazione fu sempre quello di celare ogni esplicito significato, collocando il prodotto artistico in un’atmosfera paranoica e misteriosa che spinge tuttora  l’osservatore verso la pura percezione, istintiva e soggettiva.

Il 1 aprile 1976 Ernst lasciò la vita terrena, misteriosa e inquietante, la stessa che aveva sempre osservato con occhi «avidi non soltanto del sorprendente mondo che li aggrediva dall’esterno» ma anche di quello che fremeva nei suoi sogni sin dall’adolescenza.

Felicia Guida per MIfacciodicultura

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