I Grandi Classici – “Cyrano de Bergerac”, l’eroe moderno che non si conosce né ama

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– Avete letto il Don Chisciotte?

– L’ho letto. E davanti a quel pazzo mi levo tanto di cappello.

cyrano-splashLa battuta dà ragione a tutti coloro i quali sentano, magari pur non avendo i testi, che esiste una sottile comunione, un’affinità elettiva per dire, tra l’hidalgo Don Chisciotte della Mancia, ed il guascone Cyrano de Bergerac: pur separati da quasi tre secoli (Cervantes scrisse la sua opera nel 1605, Rostand nel 1897), dalla formazione culturale, dalla provenienza geografica, dalla discrasia tra la lucidità dell’uno ed il patologico annebbiamento dell’altro.

Ma tant’è, Cyrano non può non amare don Chisciotte, complice quella rabbia enorme per cui a lui servono giganti, ma allo scalcinato cavaliere spagnolo servono quantomeno dei mulini a vento. E ancora, nonché infine, non possiamo considerare un caso il fatto che due dei nostri più grandi poeti e cantautori Roberto Vecchioni e Francesco Guccini, hanno entrambi affrontato e celebrato i due personaggi (Vecchioni in Rossana Rossana e Per amore mio Guccini in Cyrano e Don Chisciotte – tutte magnifiche e rispettose di testo e spirito delle opere).

Il Cyrano de Bergerac, opera teatrale in 5 atti di Edmond Rostand, inizialmente composta in versi ma di cui ormai leggiamo la versione in prosa, ha consegnato alla storia, alla letteratura e all’immaginario collettivo una figura iconica: l’immagine di Cyrano, colto, sensibile e brillante poeta, che suggerisce all’amico Cristiano le parole per far innamorare la bella Rossana di cui lui stesso è perdutamente invaghito, ha fatto il giro del mondo attraverso 120 anni di rappresentazioni teatrali, riduzioni cinematografiche, citazioni letterarie, versioni e traduzioni, commenti critici, omaggi intellettuali, dipinti, vignette e bigliettini da cioccolatino – chi non ha mai sentito che «un bacio è un apostrofo rosa tra le parole t’amo» può anche non alzare la mano, ché tanto non verrebbe creduto.

cyrano_de_bergerac___act_v_by_protvscarCome pure l’altra felicissima espressione «al fin della licenza, io tocco» ha, senza timor di smentita, ispirato millanta usi ed abusi: e qui, assieme all’immagine di uno spadaccino con uno naso talmente enorme da risultare una deformità, si ferma sostanzialmente l’approccio comune con Cyrano. Dopodiché, sorvolando in questo caso sulla struttura del testo e sulle scelte sintattico-lessicali per motivi piuttosto ovvi, ad una lettura non superficiale emerge tutta una serie di istanze etiche e morali del  personaggio, la cui dirittura può essere giudicata seconda nella storia della letteratura soltanto, appunto, a don Chisciotte, che però ha il vantaggio di una pervicacia che può essere data soltanto da una obnubilazione della percezione del reale (con Orlando furioso quale illustre precedente).

L’invenzione letteraria, lo specifichiamo quasi a titolo di curiosità è largamente dedicata ad un personaggio realmente vissuto nel diciassettesimo secolo (1619-1655), Savinien de Cyrano, più noto come Cyrano de Bergerac da quando decise di aggiungere al suo nome quello di un feudo che il padre aveva ereditato quando Savinien aveva circa vent’anni. Effettivamente quindi un cadetto colto delle Guardie francesi, la cui fama si doveva costrure attraverso imprese in parte vere e in parte leggendarie, come quella di aver affrontato da solo cento uomini armati.

0bbbc1d2-85d6-4ade-915c-6037bdebec2d_bigIl brutto Cyrano, comunque, non è solo un elefante con un cuore di farfalla, non è soltanto una donna cannone che rivendica, senza successo peraltro, il proprio diritto alla felicità e all’amore. Non è nemmeno soltanto una Bestia che non riesce a raggiungere la Bella, un Romeo senza Giulietta: è anche, sebbene non soprattutto, un uomo d’onore, un uomo condannato alla solitudine, un anarchico; in più, un poeta e un letterato che non cederebbe ad alcun compromesso, non cambierebbe un solo verso per giungere alla fama ed agli onori di una pubblicazione in pompa magna. Ma il coraggio di Cyrano, che lo porta a battersi in duello in maniera compulsiva, a desiderare quanti più nemici – giganti – da affrontare da solo, va forse letto in chiave patologica e la storia implicita della sua solitudine e della deformità è anche la storia dell’eziogenesi di una depressione profonda: in questo senso, i pensieri di Cyrano sono anche pensieri suicidari, la ricerca compulsiva del duello una rincorsa alla morte che ricorda Il Cacciatore.

Erravo in un labirinto. Avevo troppe scelte da compiere, tutte complicate.

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Cyrano è personaggio moderno, quindi, logorato da una vita già troppo difficile da decodificare, in bilico su un sentiero stretto che se pure qualche volta può risultare fuggevolmente gradevole, la quasi totalità delle volte si sporge sull’abisso, in fondo al quale si vede una vita quasi insopportabile. Tanto moderno da avere un suo doppio, non soltanto però il classico doppelganger ma un doppio complementare alla Italo Calvino, post-psicanalisi: Cyrano e Cristiano, da soli, non bastano e non si bastano, sono uomini di profilo, bidimensionali, soffrono in maniera virulenta delle loro mancanze e manchevolezze, sono visconti dimezzati.

La vita, con Cyrano, è beffarda e crudele, e persino alla fine porta il veleno nella coda, ché al guascone non è dato trovare la morte in duello, trafitto da una migliore lama nemica: per Cyrano niente ritorno sullo scudo, bensì una trave che lo colpisce e uccide in maniera piatta, banale, per mano (volontaria o meno) di un servo.

Poter morire, colpito al petto, lealmente, dalla spada di un eroe… sì, dicevo così! Ma il destino s’è preso gioco di me (…). Molto bene. Ho sbagliato tutto – anche la morte. (…). Ecco la mia vita: far da suggeritore, ed essere dimenticato.

Ma tra le tante versioni, su cui spiccano quelle cinematografiche che valsero anche un Oscar a Josè Ferrer (per non dire di quella con Gerard Depardieu nei panni di Cyrano), a noi piace ricordare quella di Aldo, Giovanni e Giacomo in Chiedimi se sono felice: vuoi perché mostra magnifiche prove di attori dei tre comici che incastrano del teatro in un film, un po’ gioco di specchi, un po’ matrioska  russa; ma soprattutto perché chiude la rappresentazione del Cyrano con pochi versi, rivisti e adattati a nostro umile ma insindacabile giudizio in maniera perfetta allo spirito dell’opera e del personaggio – ed al suo esprimere tutto il disagio dell’uomo moderno, solo, che ha smarrito la strada:

Già mi vedo l’epigrafe tombale

qui giace un astronomo, poeta niente male,

filosofo, musicista, cavaliere ardente,

che insomma fu un po’ tutto

e non fu niente.

Sipario.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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