GelosaMente – La gelosia come tigre indomabile: il simbolismo di Paul Verlaine

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GelosaMente – La gelosia come tigre indomabile: il simbolismo di Paul Verlaine

Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) è il caposcuola della poesia simbolista francese, nonché poète maudit e compagno di vita di Arthur Rimbaud. L’abilità dei poeti simbolisti risiede nella loro capacità di fondere insieme immagini, umori e sensazioni del corpo. È così che Verlaine, con le pennellate vivaci dei suoi versi, riesce a trasformare la gelosia da sentimento astratto in un essere ferino e mostruoso.

Nella poesia Contre la jalousie, Paul Verlaine lancia un vero e proprio anatema contro la gelosia, un mostro proteiforme e incontrollabile che assale l’uomo quando meno se lo aspetta. Si presenta sotto sembianze sempre diverse, ed è impossibile difendersi da lei. Il disorientamento provocato dalla gelosia è rappresentato attraverso una sequenza di antonimi: «Elle est minime, elle est énorme. / Elle est précoce, elle est posthume !», ovvero, «Lei è minuscola, lei è enorme. / Lei è precoce, lei è postuma!». Questi due versi esprimono efficacemente la difficoltà nel prevedere la gravità del malessere cui può portare la gelosia. È vero, inizialmente può sembrare “minuscola”, perché sì, in ogni relazione amorosa è normale provare un po’ di gelosia; tuttavia, da un momento all’altro, possiamo accorgerci che già è diventata invincibile, precipitandoci in un baratro senza uscita.

Gustave Courbet, Paul Verlaine (1867)

Verlaine aggiunge: «Non fidatevi quando lei dorme: è già una tigre, non è più un gatto». Il poeta accentua questo senso di impotenza e sfiducia dichiarando che, contro la gelosia, l’uomo si ritrova ad affrontare una vera e propria tigre, che inizialmente dissimula le proprie sembianze sotto quelle di un gatto. Una tigre, dunque, non più addomesticabile come un gatto.

Irrazionale, folle, imprevedibile: la gelosia non è umana, è selvaggia, e, per di più, è stupida La jalousie est bête»: notevole il gioco di parole sul vocabolo bête, che significa sia bestia – come sostantivo – che, appunto, “stupido“, come aggettivo). Sappiamo bene che non serve a nulla essere gelosi, tuttavia, quando siamo presi da questo sentimento, non possiamo sottrarci al suo furore martellante nella testa («Malgré tout son martel en tête»).

La gelosia ha una voce falsa, è una mentitrice: potrà Dio perdonare tutti coloro che, per debolezza, hanno compiuto i misfatti peggiori convinti dalle sue bugie? A questo punto, Verlaine inserisce due esempi di gelosia (e invidia) biblica: Caino e Lucifero; Caino, geloso dell’amore di Dio nei confronti del fratello, e Lucifero, invidioso dell’onnipotenza di Dio.  Il poeta li descrive come due infelici, autori della loro «eternità di fuoco», ovvero della loro dannazione.

Verlaine, in conclusione, pone un dilemma che sembra coinvolgerci tutti: «Fiducia o gelosia?». La risposta non c’è. «Io ti sospetto, tu mi spii»: la gelosia è spesso reciproca, e non risparmia nessuna coppia. Nemmeno quella di Catullo e Lesbia: «Oh, tu Catullo, e tu Lesbia! “Io ti ho eletto, e tu mi hai scelto”». Questa relazione, resa eterna dalla letteratura, e simbolo di passione travolgente, in realtà è stata anch’essa macchiata e infranta dai sospetti d’infedeltà e tradimento.

Qual è dunque la soluzione? Consapevoli della natura imprevedibile della belva selvaggia, non facciamoci cogliere impreparati dal suo assalto, in modo da non esserne sorpresi; nel frattempo, in ogni caso, non dimentichiamoci di vivere, poiché è necessario «vivre avant de s’étonner», «vivere prima di meravigliarsi».

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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