Mondadori pubblica i romanzi inediti di Kerouac, il sognatore vagabondo

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On the road, certamente, 1957, e poi? Chi conosce Jack Kerouac è habituè di quella sensazione che si prova nello sguazzare in mezzo al mondo tra i colori di Spagna coi tramonti spiati dai finestrini delle auto rosse. E sa perfettamente cosa si avverte alla fine dei romanzi, perchè a terminare non è un’avventura coi mille colpi di scena o un trip fantascientifico, ma un pezzo di vita. L’epilogo momentaneo corrisponde a un tratto di autobiografia di Kerouac stesso, che con Sal Paradise ha rincorso le coste americane e ci ha sognato, sofferto, deridendone e assaporandone ogni istante, collezionando occhiate ai grigi fumi di una stanza d’hotel di Los Angeles con una ragazza corvina addormentata all’interno fino ai pensieri, desolati come angeli illuminati dalla verità, sull’inevitabile stillicidio della vecchiaia che avanza.

Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra, a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura (Ugo Foscolo, “A Zacinto”)

Sta tutto lì, c’è chi è costretto ad andarsene senza volerlo e chi, partendo di sua iniziativa, poi non ritrovi comunque la strada di casa: Kerouac è perso nei meandri dei pensieri ruminanti e delle passioni dell’Es volte a soddisfare pulsioni violente e tenerezze disincantate, contemplazioni verdi e schizzi ad occhi aperti di montagne incandescenti e donne in fiamme. A confermare quel «Sapevo che ci sarebbero state donne, visioni, tutto…», sono gli altri libri che Mondadori ha pubblicato tra il 2018 e il 2019, per la prima volta tradotti in italiano. I vagabondi del Dharma, Big Sur, Pic e Orfeo emerso sono solo alcuni dei titoli che già erano disponibili, ma per gli altri si doveva ricorrere agli ordini online, rigorosamente in inglese e con le consegne lunghe tipicamente americane. Ora, invece, nel reparto Classici della libreria è possibile restare esterrefatti dinanzi all’enormità di scritti nuovi: Bella, bionda e altre storie, Visioni di Cody, Un mondo battuto dal vento L’ultimo vagabondo americano, Beat Generation, Il libro dei sogni, Diario di uno scrittore affamato, Il libro degli schizzi e Vanità di Duluoz. 

Logicamente sarà impossibile descriverli uno alla volta, ma sicuramente avvicinarsi e prenderne uno annusandone le pagine è una sensazione da provare, con qualunque di questi. Kerouac voleva realizzare una sorta di saga autobiografica, un viaggio attraverso l’America che seguisse un filo conduttore dei suoi spostamenti, con tutti gli eccentrici o quanto mai normali incontri che la strada possa garantire, ma non lo fece mai. O meglio, come lui stesso asserì,

I had nothing to offer anybody except my own confusion

Jack Kerouac e Fernanda Pivano

dunque sebbene l’intento fosse lodevole quanto interessante, i trip nevroticamente alla ricerca di quel qualcosa non gli fecero mai unire tutti i suoi scritti con la meticolosità che uno scrittore normale necessiterebbe per generare un capolavoro univoco autobiografico. Ma la messa in stampa, le interviste, il farsi conoscere quale personaggio da dover necessariamente etichettare non gli andarono mai a genio (lo stesso termine Beat fu diverse volte legittimato e poi disprezzato in tv e nelle interviste dallo stesso Kerouac in quanto, sosteneva, una parola è implicitamente riduttiva per spiegare un movimento che non è inscrivibile in nulla tranne che nell’impaziente movimento casuale ed estatico delle anime in continuo movimento). Kerouac preferì defilarsi dalla scena pubblica, salvo qualche comparsata spesso anche in stato non propriamente sobrio.

Fernanda Pivano fu una delle poche  persone che, oltre a intervistarlo (video qui), riuscì a captarne la natural confusione e la legittimò, tramite anche l’osservazione di alcuni disegni dello scrittore franco-canadese; si appropriò dell’incantata debolezza ubriaca e l’accettò, senza giudizi (a differenza della maggior parte degli spettatori dell’epoca, in primis giornalisti).

Kerouac non smise mai di dialogare con se stesso, arrivando a picchi di consultazioni interiori che, come esplicitato in Bella bionda e altre storie, alle volte riciamano Joyce e lo stream of consciousness, quasi come si trattasse di una ragnatela infinita e intricata di desideri, opzioni, terrori notturni ed esplosioni di grandi personalità su uno sfondo luccicante. Ne Un mondo battuto dal vento, ci sono i diari dal 1947 al 1954, dunque prima della pubblicazione di Sulla strada che lo consacrò al successo. Un periodo che di solito è meno sondato, in quanto si ricorre quasi sempre alla lettura del capolavoro oppure ci si appassiona alle avventure simil deliranti saggezza de I vagabondi del Dharma (due romanzi tral’altro diversissimi tra loro, specialmente nei tempi di narrazione oltre che nelle tematiche affrontate). Interessanti sono però anche i tentativi di scrittura precedenti, come quelli ritraenti una famiglia e i suoi pensieri in crescita con l’età (La città e la metropoli).

Dunque, sebbene Kerouac non riuscì mai a ritrovare quell’ordine che forse avrebbe voluto, sia nella vita che nella sua saga immaginaria, oggi si ha la possibilità di saggiarne l’essenza, coi suoi desideri futuristicamente siderali e i tremori arcaici, grazie a Mondadori che ha riunito tutti gli scritti, consegnando una serenità apparente a un viaggiatore addormentato in un perenne sogno vagabondo

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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