Quentin Tarantino: l’icona del cinema tra sangue, monologhi e western

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Quando si parla di cinema, non si può far a meno di fare il suo nome: Quentin Tarantino (Knoxville, 27 marzo 1963), un’icona penetrata nell’essenza stessa della Settima Arte, uno sceneggiatore poliedrico, soprannominato “il regista DJ” per la sua capacità di combinare stili diversi dando vita a una nuova e originale opera degna di salire sull’altare del pop. Ogni singolo pezzo della sua filmografia è entrato con impeto nell’immaginario collettivo, il suo nome è un marchio di fabbrica irriproducibile.

Le iene

Cos’è che rende Quentin Tarantino il regista affermato che tutti conosciamo? Non è solo la sua abilità con la macchina da presa, non è solo la sua bravura nel raccontare le storie più incredibili e renderle indimenticabili con i suoi personaggi istrionici. È, prima di tutto, il suo essere rimasto fedele al bambino sognatore che guardava i film di Sergio Leone, le pellicole coreane o i B-Movie: non è un segreto, del resto, che molte sue scene, inquadrature o battute sono state ispirate (e poi rielaborate) dai  film che lo hanno portato sulla strada del cinema. Queste sono sapientemente inserite tra altri elementi caratterizzanti del suo cinema, quali ad esempio la musica (diventata altrettanto iconica grazie ai suoi film) che Tarantino sceglie con cura maniacale, o i close up, i dettagli a cui il regista statunitense è tanto affezionato e che acquistano un valore nuovo e amplificato in alcune scene (labbra rosse, piedi nudi, portachiavi con la scritta Pussy Wagon, boccali traboccanti di birra e tanti, innumerevoli primi piani sugli occhi dei protagonisti).

È impossibile dire quale sia il film meglio riuscito di Quentin Tarantino. È uno di quei casi in cui le sensazioni soggettive provate dallo spettatore sono fondamentali: non si può stilare una classifica che possa accontentare tutti. Alcuni potrebbero preferire la brevità, la dinamicità e la linearità (soprattutto se confrontata con la complessità dei suoi altri film) di Reservoir Dogs (Le Iene), film girato nel 1991 che fece da apripista alla sua carriera vera e propria (e in cui sono già visibili tutti gli elementi chiave del suo stile: monologhi, flashback, cinismo, sangue a volontà). Altri potrebbero amare Pulp Fiction, per il raccontosempre dinamico, mai noioso, con personaggi divenuti iconici come Mia Wallace o Vincent Vega, o ancora Bastardi Senza Gloria (ispirato tra l’altro da Quel maledetto treno blindato del regista italiano Enzo G. Castellari che negli USA uscì con il titolo The inglorious bastards), per il suo spietato Hans Landa o per il finale dove Tarantino cambia il corso della storia così come la conosciamo noi. E come non citare Kill Bill, i due film con Uma Thurman protagonista dove un’orgia di generi si uniscono per dare vita a un’opera letteralmente abbagliante: dai film kung fu alle serie TV degli anni ’70 e ’80, dai chambara movies (i film sui miti in cappa e spada del medioevo feudale nipponico) ai spaghetti western. Insomma, il vero grande omaggio di Tarantino a tutta l’arte che l’ha ispirato nel corso della sua vita.

The Hateful Eight

Il prossimo progetto,ormai ufficiale, del regista sarà un film sullo spietato serial killer Charles Manson: Once upon a time in Hollywood, che conterà nel cast anche Leonardo DiCaprio, già apparso in Django Unchained nei panni del crudele proprietario terriero Calvin Candie. Il film sarà la sua nona opera e seguirà The Hateful Eight, ambizioso western dai toni più lenti e introspettivi rispetto alle sue altre opere, ma che è decisamente il più autoreferenziale. Nel film compare la musica originale di Ennio Morricone, per la quale il compositore ha vinto la sua prima statuetta agli Oscar.

Quentin Tarantino ha espresso la volontà di ritirarsi dopo il suo decimo film. Non sappiamo se manterrà la promessa o meno, ma una cosa è certa: anche poche pellicole bastano a far diventare leggenda un uomo.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

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