PizzAut, a Milano la prima pizzeria dove i cuochi sono ragazzi autistici

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Molto, troppo spesso quando si parla di autismo si ricorre istintivamente a immagini mentali connesse al concetto di cura, disagio e malattia. Più raramente, invece, ci si concentra su un costrutto a più ampio raggio: il benessere. Per molto tempo, si è pensato che il raggiungimento di uno stato di totale soddisfazione fosse correlato a determinanti oggettive, quali il possedere una bella casa, a un lauto guadagno o addirittura all’acquisto di un’auto all’avanguardia. In realtà, sebbene avere tutto questo sia evidentemente un vantaggio, alle volte è una condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento di un totale stato di serenità, fisica e mentale. PizzAut è la conferma di quanto occorra andare oltre, non fermandosi a ciò che solo apparentemente consegna le chiavi per una vita felice.

Senza prendersi in giro, nascere con la sindrome autistica in Italia non è semplice. Per chi è minimamente ferrato sull’argomento, lo spettro presenta una gamma di eterogenee sfumature, le stereotipie sono molteplici ed evolvono negli anni, aumentando o diminuendo oppure evolvendo in forme differenti da quella iniziale. In Italia, le associazioni quali AbaMI che forniscono un supporto psicologico, tentando di far acquisire alcune nozioni tramite l’apprendimento per imitazione o altre tecniche per ridurre le stereotipie vocali e/o motorie, esistono e s’impegnano quotidianamente per ottenere risultati, che seppur minimi forniscono la motivazione per proseguire il trattamento. 

È altresì vero che i servizi e le disponibilità economiche non sono adeguati a una cura mirata al singolo individuo, e quindi possono venirsi a creare delle difficoltà, una tra tutte la gestione di più bambini con differenze rilevanti. È però grazie alle iniziative quali quella promossa da PizzAut che l’Italia, in questo caso nel suo piccolo Milano, può sperare di avviare un processo di benessere e sostenimento concreto e psicologico delle persone affette dall’autismo.

Troppo spesso i ragazzi con autismo sono esclusi dal mondo del lavoro e dalle relazioni sociali, come genitori di bimbi con autismo lo verifichiamo ogni giorno sulla nostra pelle e con i nostri ragazzi (PizzAut)

L’idea dell’apertura del locale è stata di un papà il quale si è reso conto di quanto sia realmente difficile per un bambino autistico la vita di tutti i giorni, non solo per quanto concerne lo spettro ma anche per ciò che la società restituisce come feedback a tale disagio. Spesso si è considerati non normali, e le conseguenze sul piano psicologico sono evidenti, di solito in negativo. Occorre dunque nutrire l’inclusione e sensibilizzare al tema dell’autismo, come già sta avvenendo in questi ultimi anni: un esempio è la serie targata Netflix Atypical, che tratta le vicende di un ragazzo autistico che si destreggia nella sua vita ordinaria con tutto quello che lo spettro comporta.

Riportare quindi le voci di chi, in prima persona, vive tale disagio non può che essere una mossa geniale per favorire la conoscenza della sindrome in tutte le sue sfaccettature e le stereotipie ordinarie, arrivando al cuore di chi ascolta tali racconti.  

O meglio, nel caso di PizzAut si tratterebbe anche di degustare una buona pizza in compagnia per Trovare e Ritrovarsi, sentendosi a casa. Manca però un ultimo passo: si può contribuire con una donazione, che andrebbe a sommarsi ai 67 867 euro raccolti finora (il totale da raggiungere è di 100 000 euro). Come spiegato dettagliatamente nel sito, il locale offrirebbe vini e cibi biologici, le pizze verrebbero tutte preparate da ragazzi con lo spettro, i quali hanno accettato la sfida convinti di potercela fare. Per poter impastare, selezionare gli ingredienti e infornare ma soprattutto per colmare le domande che possono assillare chi non è abituato ad avere diverse richieste rapidamente, uno psicologo e un educatore sono a disposizione, favorendo un inserimento non traumatico nel lavoro.

Dovrebbero esserci più iniziative di questo genere, senza dubbio; probabilmente, in un mondo utopistico non si dovrebbe nemmeno arrivare a una raccolta fondi perchè certe realtà sarebbero già esistenti, ma purtroppo ancora non si hanno le coordinate di tale località che non c’è. Pertanto, per ora si può solo ringraziare chi, col coraggio e il cuore, sta dando vita a tutto questo.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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