Tennessee Williams: quell’equilibrio tra successo artistico e depressione

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«Ogni cosa avrebbe potuto essere qualsiasi altra ed avrebbe avuto lo stesso significato», scrive Tennessee Williams, pseudonimo di Thomas Lanier Williams, (Columbus, 26 marzo 1911 – New York, 25 febbraio 1983) in The malediction, un racconto raccolto in One Arm and Other Stories. Quindi sarebbe potuto morire sotto un’auto, a causa di una malattia o annegato, al posto di morire soffocato una sera a causa del tappo della bottiglia di collirio, che era solito tenere tra i denti mentre si spruzzava le gocce negli occhi, e sarebbe stata comunque morte, anche se diversa. Ma in questa breve frase si racchiude la muta rassegnazione di un uomo che ha dovuto fare i conti con la vita, tra gli alti e i bassi, tra il successo mondiale e la depressione, quella che porta all’alcolismo e toglie ogni traccia di voglia di vivere.

Tennessee Williams e Frank Merlo

Una stoica rassegnazione, qualcosa che magari si è ripetuto spesso prima di lasciarlo su una pagina, dispersa tra le altre parole, una frase che in qualche modo doveva aiutarlo ad andare avanti nella convinzione che alla fine poco importa chiedersi se sarebbe potuto essere diverso, se poteva esserci una via migliore, perché il significato della vita non sarebbe cambiato.

Aveva avuto quella che può essere definita un’infanzia difficile Tennessee Williams, sia a causa del pessimo rapporto col padre, che forse aveva intuito che la spiccata sensibilità del figlio era anche indizio della sua omosessualità, e non riusciva ad accettarlo, sia a causa della sorella, Rose, che soffriva di schizofrenia.

Lo stesso anno in cui lui si laureò, nel 1938, a Rose fu effettuata una lobotomia che la rese un vegetale. Tennessee Williams non accettò mai quello che era stato fatto a sua sorella e diede la colpa alla madre, che aveva acconsentito all’operazione. Allo stesso tempo però temeva anche per la sua sanità mentale, dal momento che erano frequenti gli attacchi di panico e le crisi depressive. Quando vedeva la sorella in quelle condizioni, temeva che sarebbe toccato lo stesso anche a lui. Da questa paura fu salvato dall’uomo di cui si innamorò, Frank Merlo, che gli seppe stare vicino e aiutarlo nei momenti difficili fino al 1947, anno in cui morì di cancro ai polmoni. Infatti dopo la morte di Frank Merlo, per Tennessee Williams seguirono dieci anni di depressione e di alcolismo, ovvero arrivarono le conseguenze da cui l’amore era riuscito a tenerlo lontano. Ma, come spesso accade, accanto ad una vita privata disastrata dalle disgrazie c’è quella lavorativa che sembra voler compensare e garantire un qualche ignoto equilibrio.

Un tram che si chiama desiderio

Bisogna dire che il successo non arrivò subito. Tra il 1939 e il 1944 visse tra New York, New Orleans, Taos e Provincetown, dove nel 1943 ottenne un contratto di sei mesi con la Metro-Goldwyn Mayer per la quale scrisse una sceneggiatura.

La sua prima opera teatrale ad attirare l’attenzione del pubblico fu Lo zoo di vetro del 1944, la cui trama era un’espansione di un racconto scritto un anno prima dallo stesso Williams, intitolato Ritratto di una ragazza di vetro. Questo racconto, e di conseguenza anche la sceneggiatura che ne è derivata, presenta una forte componente autobiografica, tant’è che il protagonista si chiama Thomas e che il personaggio di Laura, sorella di Thomas, si basa su Rose, la sorella schizofrenica.

Ma il successo maggiore per cui è ricordato è il dramma Un tram che si chiama Desiderio, che fu rappresentato in tutto il mondo e arrivò anche in Italia, portato in scena da Luchino Visconti con la scenografia di Franco Zeffirelli e la partecipazione di Rina Morelli, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni.

Il suo percorso fu altalenante: a questo grande risultato seguirono opere di scarso successo e altre che invece sembravano evidenziare una ritrovata vena creativa, come La gatta sul tetto che scotta del 1955 e Improvvisamente l’estate scorsa del 1957.

La sua poetica, racchiusa tra racconti e sceneggiature, e il suo modo di percepire il lavoro artistico potrebbero essere riassunti con una frase scritta in Il campo dei bambini azzurri che dice:

Le parole sono una rete per catturare la bellezza!

Gli ultimi anni furono caratterizzati da un progressivo declino che lo condusse alla depressione e forse nuovamente all’alcolismo. Si pensa infatti che lo sfortunato incidente che causò la sua morte, il 25 febbraio del 1983, sia stato provocato anche da un eccessivo uso di alcol.

La sua grandezza artistica fu consacrata il 9 giugno 1980 quando il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter gli consegnò la Medaglia presidenziale della libertà, la massima decorazione degli Stati Uniti insieme alla medaglia d’oro del Congresso, un premio che arrivò per fortuna qualche anno prima di quella morte così assurda.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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